Il Tirreno

Lucca

Una notte in emergenza al Pronto Soccorso

di Gianni Parrini
Il Pronto Soccorso del San Luca di Lucca
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Il Pronto Soccorso del San Luca di Lucca

Una serata di caos raccontata dal personale tra tensioni e molta umanità

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LUCCA. Ore 22.24.. 25 pazienti in attesa, 17 in visita, 14 in osservazione. Ci sono la figlia che porta una pizza al padre sdraiato da ore sul lettino; il ciclista dolorante che aspetta su una sedia tenendosi il braccio rotto; il bambino con la maglietta piena di sangue che urla mentre la madre gli preme uno straccio sulla testa. Lasciate ogni speranza o voi che entrate. E soprattutto armatevi di pazienza. Sono scene di ordinaria sofferenza quelle a cui si assiste in una notte d'estate al Pronto soccorso di Lucca, che tra i tanti punti deboli del nuovo ospedale San Luca è quello che più facilmente finisce nel mirino dei cittadini per le lunghe attese e la carenza di personale. Ci abbiamo passato qualche ora provando a fotografare da un lato l'umore degli utenti costretti ad aspettare anche 12 ore (vedi pezzo sotto), dall'altro la tensione di chi lavora nella prima linea della sanità pubblica, esposto a ritmi forsennati e soprattutto alla rabbia di utenti esacerbati dalla paura e snervati dall'attesa.

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Ore 23.37. 20 in attesa, 14 in visita, 14 osservazione. Non è una serata semplice da ambo le parti. Tutt'altro: 219 accessi (7 codici rossi, 54 gialli, 84 verdi 69 azzurri e 5 bianchi) contro una media giornaliera agostana di 174. «Siete venuti a farci il mazzo», dice la dottoressa Piera Banti mentre schizza da una stanza all'altra. «Come va? A lei che sembra? Molti pazienti non avrebbero bisogno di venire qui, ma ora ci sono e noi li prendiamo in carico. E vedrà quello che succede dalle 3 in poi...». In effetti già adesso la situazione è piuttosto caotica. Passato il triage, in cui viene assegnato il codice di gravità (rosso, giallo, verde, azzurro e bianco in ordine decrescente di gravità), i pazienti si siedono nella sala d’attesa e aspettano che le porte si aprano. Ma anche quando arrivano dall’altra parte della vetrata devono aspettare il loro turno per la visita. Qui si rifugiano uomini, donne e bambini in preda a dolori lancinanti, malori improvvisi e soprattutto paure incontrollabili. Ci sono il bambino inglese caduto dalla Mura che viene trasportato con la barella in pediatria mentre stringe tra le mani un orsacchiotto di peluche, la 17enne con un piccolo ascesso al piede, il ciclista investito in Valle, la turista straniera in preda ad attacchi epilettici. E poi c’è un ragazzo che assiste la madre gravemente malata che ha un problema a un occhio. «Le hanno dato il codice gialle siamo qui da quasi sei ore: vi sembra possibile? Mi raccomando, scrivetelo: è un’indecenza». La madre si chiama Vittoria Vulcano, ha 59 anni e se ne sta seduta sulla poltrona sconsolata e dolorante: «Voglio andare a casa a prendere le mie medicine, non ce la faccio più ad aspettare», dice con un filo di voce.

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Ore 00.41. 8 in attesa, 22 in visita, 14 in osservazione. Ora c'è anche un codice rosso: un paziente con sospetto infarto. Intanto la signora Vulcano e il figlio vengono fatti entrare in ambulatorio, ma escono dopo pochi minuti. Il ragazzo è ancora più agitato: «Deve fare la Tac ma dobbiamo aspettare ancora e chissà quanto. Basta, mia madre la porto via. Non è possibile rimanere ancora». È stanco e piuttosto agitato, parla ad alta voce. Passa Mario Del Chiaro, operatore sanitario che si occupa del corridoio. Capisce che c’è un problema e si ferma. Ascolta il figlio della signora, poi la donna stessa che gli si para davanti esausta e in lacrime. Mario sa fare il suo mestiere: non perde la calma, li tranquillizza e li invita a rimanere. Poi va a parlare col medico: cerca di capire quanto c’è da attendere e lo riferisce ai due che alla fine decidono di restare. «Come si fa questo lavoro? Con la passione – dice – È dal 1998 che mi occupo di queste cose. L’aspetto più difficile è la presa in carico dell’utente dal punto di vista psicologico. Capitano situazioni inimmaginabili: bambini in arresto cardiaco, donne ustionate, infarti. La tensione è alta: la prima regola è ascoltare, cercare di entrare in empatia con la persona che abbiamo di fronte e soprattutto con i parenti, i più agitati. Spesso arrivano qui con un’aggressività dettata dalla paura. Sono situazioni al limite: basta una parola fuori posto o un approccio sbagliato per farle degenerare. Noi manteniamo la calma, gestiamo la loro rabbia. Riuscirsi è la nostra più grande gratificazione».

Ore 1.45: 1 paziente in attesa, 20 in visita, 14 in osservazione. La situazione va tranquillizzandosi. La sala d’attesa è quasi vuota. Una famiglia con due bambini se ne va tirando un sospiro di sollievo. Erano arrivati un paio di ore prima in preda al panico: il bimbo di due anni era caduto all’indietro giocando a palla. Aveva battuto la testa e non smetteva di piangere. Il medico gli ha fatto tutti gli esami del caso e li ha rassicurati. «Niente di grave». Ora il piccolo non piange più. «È stata una serata intensa – dice – Matteo Unti, infermiere, 33 anni – Ma siamo preparati a situazioni come questa: ci sono stati un paio di codici rossi piuttosto complicati che hanno richiesto del tempo. Patologie inutili? Non possiamo definirle tali ma è certo che ci sono diversi codici minori che potrebbero essere presi in carico altrove...». Mentre parliamo dalla sala radiologia esce la signora Vulcano: le hanno fatto la Tac e ora può tornare a casa. Non sorride perché i suoi problemi sono piuttosto seri, ma prima di uscire vuole salutare Mario, addirittura lo bacia e lo abbraccia. Anche il figlio ringrazia. L’odissea per ora è finita.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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