Sicurezza
Scarcerato il presunto truffatore
Non ci sono i presupposti per la custodia in carcere. Il sindacato di polizia: «Leggi inadeguate»
LUCCA. Scarcerato. Salvatore Peluso, il 44enne arrestato martedì dalla polizia di Lucca, ha trascorso meno di 48 ore nel carcere San Giorgio. Ieri mattina il presunto truffatore degli anziani è stato raggiunto in carcere dal giudice delle indagini preliminari Silvia Mugnaini per l’interrogatorio di garanzia, ma si è avvalso della facoltà di non rispondere. Il gip ha convalidato l’arresto ma ha rigettato la richiesta di custodia cautelare in carcere avanzata dal sostituto procuratore Aldo Ingangi.
Secondo il giudice mancano i presupposti per un simile provvedimento, dato che in concreto l’indagato non ha portato a termine alcuna truffa e anche l’eventuale tentativo non risulta così evidente. «Ammesso e non concesso che fosse quello il suo intendimento – spiega l’avvocato Massimo Sardo, difensore di Peluso –, nei fatti il mio assistito si è presentato a casa di queste due signore dicendo di essere un commercialista, ma non ha chiesto soldi o minacciato violenza. Vediamo cosa emergerà dalle indagini, ma al momento si tratta più di un caso di esercizio abusivo della professione che di tentata truffa».
Di diverso parere sono gli uomini della squadra mobile della questura, diretti dal commissario Silvia Cascino. Nella camera d’albergo di Montecatini Terme dove l’uomo vive da due anni pagando regolarmente il soggiorno, gli investigatori hanno trovato numerosi post-it con appunti ritenuti interessanti: indirizzi di persone anziane, un lapidario giudizio sul loro stato di salute mentale (su uno, ad esempio, c’era scritto “rintronata”) e indicazioni relative all’eventuale presenza in casa di figli o badanti. La polizia sospetta che informazioni così dettagliate e numerose non possano essere state raccolte da un singolo soggetto, così si cercano possibili complici. Si sta inoltre verificando se fra i nomi e gli indirizzi annotati da Peluso ci siano anche quelli di persone già colpite da simili truffe. Non resta che aspettare il lavoro degli investigatori, che al momento hanno in mano solo le denunce delle due donne a cui Peluso ha bussato martedì.
Nel frattempo l’indagato torna al suo domicilio. Giova ricordare che Peluso ha nel suo curriculum alcuni precedenti per reati analoghi: una decina di anni fa, nella zona di Cecina, tentò di vendere un computer a una signora, dicendo che il pc gli era stato ordinato dal figlio della donna. Nel 2014, invece, aveva tentato di vendere oro falso a un gioielliere di Lucca e per questo era stato colpito da foglio di via.
Al di là del caso specifico, certo è che nella macchina della giustizia qualcosa sembra non funzionare a dovere. E non tanto per le diverse interpretazioni che giudici e magistrati danno alle normative vigenti, quanto per un problema oggettivo di legislazione. «Noi arrestiamo i criminali ma a volte la legge impone ai giudici di rimetterli in libertà – spiega Lucio Chelotti, ispettore di polizia al commissariato di Viareggio e segretario del sindacato Siulp – Gli esempi sono molti, prendiamo i casi di spaccio: la norma prevede che nei confronti di un soggetto che viene trovato in possesso di una “modica quantità” di stupefacente non possa essere applicata la custodia cautelare in carcere. Una misura che può avere un senso, ma gli spacciatori lo sanno e per questo non girano mai con quantitativi eccessivi di droga. Così, quando li arrestiamo spesso gli viene inflitto l’obbligo di firma al commissariato, ma usciti di lì continuano la loro attività criminale. Per quanto riguarda le truffe, probabilmente sarebbe opportuno alzare le pene previste dal codice: si tratta di reati odiosi, spesso commessi ai danni di soggetti deboli, ma ciononostante è difficile ottenere condanne superiori ai tre anni. E dato che la sospensione condizionale della pena è prevista per condanne fino ai tre anni, i truffatori non vanno in carcere a meno che non abbiano già altre pene che fanno cumulo. La sospensione condizionale della pena – conclude Chelotti – è un istituto nobile che affonda le radici nella concezione dottrinale latina. Si dà la possibilità di redimersi a chi ha commesso un crimine. Ma questa “seconda chance” spesso viene interpretata come un’inefficienza del nostro sistema giudiziario. Così appare soprattutto agli occhi di cittadini stranieri, proveniente da Paesi in cui la cultura del diritto è ben diversa».
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