Il dolore
Bye bye lucchesi, centro storico in mano ai turisti
Americani, tedeschi, francesi: sono loro i nuovi inquilini del centro, svuotato a metà agosto dai lucchesi "purosangue". Ma è proprio grazie ai visitatori che i residenti possono riscoprire ciò che pare abbiano scordato.
Greta e Anneke, le due bambine bionde e con le lentiggini che giocano con il cappello di paglia del padre lanciandolo come fosse un frisbee non sanno che si trovano su uno dei “luoghi del cuore” delle famiglie lucchesi: i pratini accanto alla cappella di Santa Cecilia, dove migliaia di bambini sono cresciuti giocando attorno alla vasca rotonda. O forse, se non lo sanno, quantomeno lo intuiscono: quale migliore uso può essere fatto di quel posto, dove l’ombra dei pini garantisce riparo anche nelle giornate più torride? E per qualche minuto le due piccole tedesche diventano a loro volta abitanti di Lucca, in quella maniera transitoria e sempre un po’ di corsa che spetta ai turisti.
Sono loro, arrivati dall’Italia, dal Nord Europa, dall’America e da una miriade di altri posti, a diventare i veri abitanti di Lucca per i due mesi centrali dell’estate. Abitanti, e non padroni: perché una città nessuno può pensare di possederla, neanche chi vi è nato e vissuto per una vita. E questo vale per città come la nostra, che respirano storie segrete da ogni mattone, che regalano enigmi e soluzioni in tutti i giardini nascosti che si aprono dietro portoni e cancellate. Lucca ha scoperto, con qualche decennio di ritardo rispetto alle città d’arte più grandi e più conosciute il fenomeno del (cosiddetto) turismo di massa. Che poi non si trasforma, almeno in queste settimane, in orde di cavallette armati di guide e macchine fotografiche. Piuttosto, ci sono famiglie e giovani coppie, più qualche viandante in solitaria. E mai come quest’anno sembrano gli unici inquilini del centro.
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Molti turisti si raffidano alle “vecchie” guide e cartine. Altri, i più tecnologici, consultano la mappa su tablet o smartphone. Molto spesso, però, entrambe le categorie finiscono con il guardarsi intorno cercando un “autoctono” al quale chiedere informazioni. Come potrebbe essere altrimenti? Molti dei cartelli che indicano gli itinerari e i monumenti più interessanti sono ancora quelli risalenti a qualche decennio fa, piccole frecce gialle con ancora più piccole scritte nere. Non è detto, però, che alla fine sia un male. Perché il modo migliore di conoscere una città è perdersi in essa. E allora li vedi spuntare da ogni angolo. Non solo dai luoghi deputati al turismo, come piazza dell’Anfiteatro, la Torre Guinigi o le Mura. Ma anche dai vicoli più sperduti, che gli stessi lucchesi hanno percorso poche volte in vita loro.
Forse non sarebbe male imparare qualcosa da queste persone che forse sono arrivati a Lucca per la prima volta e forse non ci torneranno più. Abituarsi (o riabituarsi) ad esempio a guardare in alto, sopra l’altezza delle insegne dei negozi. Ci avete fatto caso? Se incappate in un visitatore è molto facile che abbia gli occhi rivolti all’insù, con una mano o con la tesa del cappello per ripararsi dal sole. A guardare quello che ci sta da sempre sotto il naso, ma che proprio l’abitudine ha finito per renderci sconosciuto. Quando è stato, ad esempio, che avete lanciato uno sguardo poco più che disattento ai motivi tutti diversi delle colonnine sulla facciata della Cattedrale di San Martino? Oppure, sapete dov’è la targa che ricorda la presenza di un personaggio come Augusto Mancini, che di Lucca ha scritto una storia ancora oggi indispensabile per entrare nello “spirito” della città? Probabilmente un turista potrà rispondere affermativamente, al contrario di tanti lucchesi - forse la maggior parte.
Come per le piccole tedesche che giocano nei giardinetti sotto il Caffè delle Mura, a volte si ha l’impressione che i turisti, e in generale chi arriva a Lucca per la prima volta, riesca a entrare in sintonia con i luoghi dove scorre la vita profonda della città: il “neofita” sostituisce l’esperienza con l’intuizione della prima volta. Ripetendo gesti e mosse di migliaia di lucchesi prima di loro, come il sedersi sulle panchine in pietra di palazzo Cenami per osservare il flusso senza fine tra Canto d’Arco e piazza San Michele. Oppure mettendosi ordinatamente in fila davanti al banco del Giusti per una focaccia, o a quello del Taddeucci per un buccellato.
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Certo, si può obiettare, non tutti si comportano in questa maniera. C’è anche chi non mostra rispetto per la città che, sia pur temporanemente, per qualche ora o qualche giorno, si trova ad abitare. Ma sono poi così diversi dai lucchesi “purosangue” che non esitano a lasciare sulla strada i propri rifiuti rigorosamente fuori dalle fasce orarie dei ritiri? O da quelli che il venerdì sera scambiano le vie a ridosso di piazza San Michele per un vespasiano. Nessuno, proprio nessuno ha l’autorità morale per scagliare la prima pietra. I problemi per la città e per chi la vive tutto l’anno e non solo pochi giorno nell’arco dell’intera vita sono altri. In parte anche legati al turismo e alla sua espansione nel corso degli ultimi venticinque anni. Prendiamo la proliferazione dei negozi di souvenir, che propongono oltre all’immancabile Pinocchio snodabile riproduzioni della Torre di Pisa (e almeno, al di là del campanilismo, siamo sempre in Toscana) o del ponte di Rialto. Ci sono anche le bottiglie di limoncello con la Torre Guinigi stampata sull’etichetta: come se là in cima ci fossero limoni invece che lecci. Capitolo a parte merita l’aspetto ristorazione: in questo periodo sembra che gli unici fondi commerciali attivi in centro siano quelli di ristoranti e bar. L’“accerchiamento” in piazza Anfiteatro è ormai totale, per esempio: stando in piedi sulla mattonella che indica il centro dell’ellisse, non si può più vedere nulla di quello che sta sotto i tre metri di altezza, coperto da tavolini, sedie e tende. E questo si replica nelle altre strade e piazza principali. Anche qui, niente di particolarmente nuovo. Questo giornale, ormai una decina d’anni fa, ribattezzò Cena-town il centro storico di Pietrasanta, dove la densità di ristoranti aveva (e ha) raggiunto vette imbarazzanti. Lucca, ormai, pare aver ridotto le distanze ed essersi messa in scia alla “piccola Atene”. Con tutte le deformazioni del caso, come chiamare “cucina locale” piatti che di locale non hanno proprio niente, a partire dagli ingredienti.
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Ma se questi sono eccessi che sconfinano nel folcloristico, va anche detto che rappresentano la spia di un problema più profondo, che certo non può essere imputato ai turisti, né tantomeno, a chi si dedica a un’attività lavorativa in piena regola. Piuttosto, ci racconta una città che sembra aver in gran parte delegato la vita del suo centro storico a chi arriva solo in maniera transitoria. Questione di misura, una volta di più. Perché se non si può pensare di ritornare alla situazione degli anni Ottanta, quando i turisti andavano cercati con il lanternino, non si può nemmeno pensare che siano solo loro a far girare il nucleo centrale della città che, infatti, si sta spopolando senza interruzione da oltre trent’anni. La questione del “mattone”, di vendite e affitti sia residenziali che commerciali, è quello che ha inciso profondamente il tessuto di “Lucca drento” a partire da fine anni Novanta: prezzi inaccessibili delle case, fondi commerciali che in pochi si possono permettere - e non certo il mitico “commercio di qualità”. Con i negozi di tradizione, già in difficoltà per la crisi e l’emorragia di residenti, costretti ad alzare bandiera bianca al fatidico momento del rinnovo del contratto. Anche per questo (o forse, soprattutto per questo) i turisti sembrano aggirarsi in una città altrimenti deserta e spopolata. Spesso si parla del “pericolo Disneyland” che correrebbe la città: diventare un grande parco divertimento, ma senza un’anima che sia radice stessa del suo essere comunità. Però, forse, più che Disneyland è un’altra l’immagine che meglio raffigura lo stato delle cose: Lucca sembra uno di quei set cinematografici costruiti all’interno degli studios hollywoodiani che riproducono alla perfezione palazzi, strade, case. Ma che in realtà, quando se ne vanno attori e troupe, non si rivelano esssere altro che gusci vuoti. E nel peggiore dei casi rimane solo una bella facciata, a nascondere il vuoto che si trova all’interno.
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Ecco, alla fine è proprio questo il rovescio della medaglia nella marea di turisti che ogni giorno si riversa in centro oltrepassando il confine reale e interiore delle Mura, la linea fra “drento” e “fora”: la Lucca di metà agosto, dicevamo, prefigura e ci mette in guardia verso quello che potrebbe essere un centro svuotato dai suoi abitanti. Non è cosa che può accadere, né domani né, probabilmente, dopodomani. Ma la tendenza sembra essere inevitabile. E di questo noi lucchesi non possiamo certo incolpare i turisti, o chi con i turisti lavora. Piuttosto serve capire che il centro storico è più bello se è condiviso: al di là di eventi e situazioni eccezionali, una città non è un bene che si esaurisce, che va razionato. Non è una torta da tagliare a fette e da distribuire soltanto ai più fortunati o (peggio ancora) a chi se lo può permettere. Le scelte politiche, soprattutto quelle urbanistiche, influiscono: è necessario creare le condizioni perché in città possano arrivare nuovi abitanti e nuove attività. Ma la battaglia è destinata a finire male se non saranno per primi i lucchesi a riscoprire il proprio centro storico e la voglia di viverci, prendendosi sia i vantaggi sia le difficoltà di una scelta del genere. Serve che tutti noi diventiamo noi “turisti per un giorno”. Imparando anche da Greta e Anneke e da tutti quelli che passeggiano con il naso all’insù e si perdono fra piazze e vicoli.
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