Il Tirreno

Lucca

«Lasciate in pace Vania» L’appello dei genitori

di Barbara Antoni
«Lasciate in pace Vania» L’appello dei genitori

«Non abbiamo partecipato alle manifestazioni per proteggere nostra figlia»

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LUCCA. La voce della signora Giovanna è bassa, stanca. Sfinita, dal dolore soprattutto. Nel giardino molto curato della casa della figlia Vania e dei due nipoti, i coniugi Vannucchi, Giovanna e Alvaro, sono intenti a rassettare, riordinare. Nel giardino il silenzio è totale nonostante l’immediata vicinanza della strada, del traffico, delle auto che sfrecciano. Lì dentro il tempo potrebbe essersi persino fermato, ogni rumore perfino silenziato: è troppo grande la tragedia che alle 13 di martedì 2 agosto ha portato via Vania Vannucchi e ha distrutto, nello stesso preciso istante, la vita dei suoi familiari.

Vania è stata bruciata viva. Vania è morta per essere stata coraggiosa, per aver difeso in primo luogo la sua famiglia, per non farla preoccupare al pensiero che un uomo la stava perseguitando, minacciando. Succedeva da settimane.

Quarantasei anni ancora da compiere, Vania lavorava come operatrice sanitaria all’ospedale di Cisanello; in passato aveva lavorato a lungo in ospedale a Lucca. Era una mamma, era ancora giovane e aveva, sicuramente, tanti progetti per la vita e il desiderio, come tutti i genitori, di veder crescere i propri figli.

«Vi ringrazio - risponde cortesemente e con un filo di voce la signora Giovanna alla domanda probabilmente banale di esporre un suo pensiero, ad esempio partendo dall’enorme tributo che la città, con il corteo dei palloncini rossi di sabato e con la manifestazione del Forum Giovani di mercoledì sera, ha rivolto a sua figlia e a tutte le donne sfortunate come lei, uccise dalla furia cieca di un presunto uomo innamorato -. Vi ringrazio, ma preferiamo non dire niente - sono le parole che aggiunge la mamma di Vania -. Sappiamo tutto, sappiamo che tante persone hanno partecipato alle manifestazioni che sono state organizzate. Noi non abbiamo partecipato, non vogliamo che nostra figlia sia messa in piazza come invece è accaduto. Sono state dette e scritte troppe cose non vere. Preferiamo non fare dichiarazioni. Vogliamo solo essere lasciati in pace».

È un breve dialogo, dura appena pochi minuti. Colpisce la dignità di questi due genitori. La dignità e la compostezza del loro dolore infinito che non sfocia in rabbia o in una possibile aggressività. Accade spesso in questi casi, del resto.

La conversazione si esaurisce qui. La signora Giovanna, con la stessa gentilezza iniziale, si avvia verso il cancello del giardino, saluta la cronista e aggiunge «mi scusi».

Fuori dal cancello le macchine riprendono a sfrecciare con il rombo di sempre, le voci dei passanti a tagliare l’aria e il caldo di agosto.

In città, intanto, nelle case, nei punti di ritrovo, non si è spenta né l’eco dell’orrore che si è consumato nella piazzola dell’ex ospedale Campo di Marte, dove Vania è stata cosparsa di benzina e poi incendiata da Pasquale Russo, coetaneo ed ex collega, né la voce dell’indignazione di una comunità intera, che si è sollevata dalle Mura, fra voci e palloncini rossi, e non più tardi di quarantotto ore fa da un centro storico, quello di Lucca, che pullulava di persone accorse per essere protagoniste di una protesta dura e collettiva. Basta donne uccise perché considerate possesso di qualcuno, basta, basta per sempre: lo hanno detto anche gli uomini. Ci sono due strade da portare a compimento adesso: quella giudiziaria perché l’assassino riceva la giusta condanna e quella delle coscienze, per rinsaldarle e sfrondarle, dove necessario, da retaggi insani e pensieri arcaici.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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