Sicurezza
Interessi privati nel crac, curatore finisce nei guai
Avviso di conclusione delle indagini nei confronti di un professionista lucchese e di due amministratori di una ditta di abbigliamento con sede a Barga
LUCCA. Un noto commercialista lucchese è accusato di aver agevolato, in virtù della sua posizione privilegiata di curatore di un fallimento, gli amministratori di un’azienda per conto della quale svolgeva anche l’attività di consulente fiscale. Stando alla procura avrebbe intavolato trattative inerenti la vendita di beni inventariati nell’ambito della procedura fallimentare con soggetti interessati specificando ad entrambi che avrebbero acquistato non direttamente dal fallimento, ma ad una società interposta a cui era già stata venduta la merce inventariata con tanto di autorizzazione del giudice delegato. Proprio in questi giorni il commercialista - nei cui confronti il pm Aldo Ingangi aveva chiesto al gip, non ottenendola, la sospensione dal pubblico ufficio di curatore fallimentare - e gli amministratori di fatto e di diritto di un’azienda di abbigliamento barghigiana hanno ricevuto un’avviso di conclusione delle indagini dalla procura della Repubblica mentre il magistrato attende il pronunciamento del Tribunale del Riesame per l’applicazione della misura negata dal giudice delle indagini preliminari.
I fatti. Per l’accusa il curatore, residente a Lucca e con studio professionale nella Piana, intavolava trattative per la vendita di beni inventariati nell’ambito della procedura fallimentare. La prima con l’amministratore di una ditta al prezzo di 91mila euro, la seconda con il responsabile di un’altra ditta al prezzo di 68mila euro specificando ad entrambi gli interessati che avrebbero acquistato non direttamente dal fallimento bensì dall’impresa «amica» di abbigliamento con sede a Barga di cui si faceva personalmente garante. A quel punto, dopo aver raccolto il consenso della prima azienda, il 23 ottobre 2015 richiedeva al giudice delegato ai fallimenti del tribunale l’autorizzazione, concessa, alla vendita degli stessi beni all’impresa «amica» a un prezzo di 48mila euro recando così un pregiudizio pari a 43mila euro per la massa dei creditori.
Lo sviluppo. La vendita non si concretizzò in quanto, il 30 ottobre 2015, data stabilita per il pagamento di parte del prezzo la ditta interessata all’acquisto della merce si tirava indietro ritenendo inaffidabile la ditta barghigiana mentre la seconda azienda interessata al prezzo di 68mila euro rinunciava rendendosi conto dell’illiceità dell’operazione proposta.
Gli indagati. Una vicenda che ha destato stupore negli ambienti del tribunale in considerazione della stima di cui gode il professionista in questione sinora mai nemmeno sfiorato da dubbi legati alla sua attività e che nega con forza ogni coinvolgimento. (l.t.)
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