Il Tirreno

Lucca

Il grido delle donne «Potevo esserci io al posto di Vania»

di Flavia Barsotti
Il grido delle donne «Potevo esserci io al posto di Vania»

Ottocento persone sulle mura contro il femminicidio Viaggio tra le testimonianze di chi ha voluto esserci

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LUCCA. Parola d'ordine: rosso. Come il simbolo della femminilità, di quella passione che non deve fare spazio all'ossessione. Delle ferite, sulla pelle e nell'anima, e di quel sangue che troppo spesso e troppo a lungo, macchia coscienze e prosciuga esistenze. Scarlatto: come la vergogna e la paura, ma anche la forza di puntare i piedi. Proprio quella con cui, ieri pomeriggio, ottocento persone, vestite della tonalità ormai riconosciuta come emblema nella lotta al femminicidio, hanno solcato il perimetro delle mura urbane per dire "no alla violenza sulle donne", in nome di Vania Vannucchi e delle altre settanta italiane uccise dall'inizio dell'anno per mano di un uomo.

«Poteva toccare a me, potevo esserci io al suo posto». Le affermazioni di Simona Capocchi mentre alle 15 attende la partenza del corteo davanti al Caffè delle Mura, hanno il suono tagliente di una lama. Con gli occhiali scuri e il foulard rosso, sobrio e annodato stretto stretto al polso, racconta di sé con un grido che è quello di tante altre persone come lei. «Anche io ho vissuto momenti critici. Potevo trovarmi nelle stesse condizioni: a me è andata bene, a Vania no». Un brivido che corre lungo tutta la schiena. «La conoscevo, era solare, disponibile, umana. Niente che potesse far pensare al suo segreto. In queste situazioni si tiene tutto dentro: per vergogna, si nega anche di fronte alle amiche, a chi ti è vicino. Dobbiamo trovare il coraggio di parlare: denunciate, non nascondetevi». Nella sua voce ancora il ricordo vivido di un passato che, forse, non la abbandonerà mai, ma il desiderio di fare da esempio e partecipare alla lotta contro la follia di uomini prepotenti. Il suo, in fondo, non è un caso isolato.

Anche Cosimina Panza, è qui dopo aver sperimentato sulla sua pelle le conseguenze di un amore malato. «Aspettavo un bambino, ero incinta di cinque mesi e quell'uomo mi ruppe i denti e il setto nasale. Ma raccontare è difficile, pensi a quello che succederà e ai figli che già hai». Le storie di chi ce l'ha fatta, spingono a marciare a passo ancor più marcato. «Perché c'è sempre una via d'uscita: le colpevoli non siamo noi».

Nella processione ordinata, tante signore, ma anche ragazze e mariti, bambini, compagni, anziani e rappresentanti delle istituzioni con indumenti, accessori e scarpe rosso acceso.

Fra loro, Liliana Bortoli che ha sfidato la sua malattia pur di essere qui e mostrare un cartello: «Un vero uomo conquista con la forza del cuore, non delle mani». A stento però trattiene le lacrime, provata per la perdita di una collega e amica. «Vania la conoscevo bene, lavoravamo nello stesso reparto – afferma – Oggi mi trovo qua per lei e per le altre giovani che hanno il diritto di vivere senza paura. Questa violenza deve finire».

Alle 15,30, il minuto di silenzio nasce spontaneo quando a San Marco, poco distante, il feretro di Vania entra nella chiesa per il funerale. «Ho preferito non andare alla cerimonia - afferma Marinella Ori - meglio lasciarla ai parenti. Credo però che sia importante anche farci sentire dall'esterno, non restare con le mani in mano».

Un'idea condivisa con le tante persone accorse anche da fuori città. «Sono venuto da Monsummano – dice Fabio Casciani – per dare una risposta forte a questi episodi bestiali. Non parlo da uomo, ma da essere umano. Abbiamo tutti una compagna, una mamma, un'amica, una figlia: sono rimasto sconcertato. E questo fatto che la giustizia faccia acqua, ha una ricaduta terribile nella testa delle persone».

«Come fai a rovinare la vita di una donna se proprio lei ti ha messo al mondo», recita poi la maglietta rossa di Michela Stanghellini, come un inno a una riflessione che parte dall'inizio.

«Che amore è, un amore violento?», si chiede. Quando il corteo, spedito e composito, raggiunge il carcere di San Giorgio, dove da giorni è rinchiuso Pasquale Russo, però le emozioni non possono che prendere il sopravvento, in un mix di slogan, urla e cori alla memoria di Vania. «Chiediamo giustizia!», si fa avanti qualcuno, mentre l'applauso esplode fragoroso. Una processione che sfila compatta fino al ritorno al Caffè delle Mura alle 16,30, quando, disposti come un grande cuore rosso e pulsante, i presenti rivolgono un pensiero, privato o comune, all'operatrice sociosanitaria arsa viva martedì mattina e, con lei, a tutte le vittime di violenza. «Non abbiate paura. Trovate il coraggio di denunciare. Il contributo degli uomini oggi è un segnale forte. Aiutateci», dicono alla folla le organizzatrici dell'evento, chiamando in causa così anche Carlo Masini mentre conclude il giro al fianco della figlia. «Certi gesti non devono passare inosservati – sostiene – ogni forma di violenza va condannata e combattuta. Il mio timore, è quello di un padre di una ragazza adolescente, ma sono felice di questa partecipazione trasversale».

Dopo l'applauso collettivo, sentito e scrosciante, a concludere la manifestazione, tantissimi palloncini rossi in volo verso il cielo: un grande mosaico in movimento, come un inno alla libertà e ai diritti di ogni individuo.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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