Il Tirreno

Lucca

Vania dai carabinieri poco prima di morire

di Gianni Parrini
Vania dai carabinieri poco prima di morire

Trovata la tanica di benzina: un filmato inchioda Russo

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LUCCA. Due ore prima di essere aggredita e bruciata viva Vania Vannucchi è andata alla stazione dei carabinieri di Borgo Giannotti. Sono le 11 di martedì, giorno del suo martirio, quando la donna si presenta ai militari: «Voglio fare una denuncia». Il personale dell’arma la accoglie gentilmente. Vania è persona conosciuta: quando era ancora sposata con Andrea Barsali, anch’egli carabiniere, qualche volta era capitata in via del Brennero col marito che veniva a salutare i colleghi. Stavolta è lì per un altro motivo: la 46enne racconta di aver subito un furto. La notte precedente qualcuno è entrato nella sua casa di San Vito, probabilmente da un finestra, e le ha sottratto il telefono cellulare che teneva sul comodino. I militari ascoltano il racconto e fanno le domande di rito. «Ha sentito o visto qualcosa?»; «Ci sono segni di effrazione?»; «Manca altro?». Le chiedono perfino se ha dei sospetti. Ma niente: Vania risponde negativamente a ogni quesito. Appare tranquilla, non lascia trasparire l’inquietudine che si porta dentro. Chissà se per un attimo ha pensato di fare il nome di Pasquale Russo, l’uomo che di lì a poco l’avrebbe cosparsa di benzina e uccisa, e che già una volta le è entrato in casa come un ladro. Lo confessa la stessa Vania a un’amica. «Non ce la faccio più – scrive su WhatsApp – Stanotte mi è entrato in casa». Ma la donna non riesce a fare quel nome. I militari compilano la denuncia: è contro ignoti. Poi la salutano. Un paio di ore dopo, quegli stessi carabinieri intervengono al Campo di Marte, dove il corpo di Vania arso dalle fiamme viene caricato sull’elisoccorso.

La tanica e il rifornimento. È questo uno dei particolari che affiorano sulle ultime ore della donna. E altri frammenti utili a comporre il quadro accusatorio emergono dalle indagini, mettendo in forte dubbio la versione fornita da Pasquale Russo, l’uomo arrestato con l’accusa di omicidio volontario. Squadra mobile e procura stanno lavorando per chiarire i dettagli che potrebbero essere determinanti per far cadere sul capo d’imputazione l’aggravante della premeditazione. Un peso rilevante potrebbe averlo la tanica di benzina da 6-7 litri che l’uomo ha usato per cospargere Vania. È stata ritrovata in una siepe a pochi metri dall’abitazione di Segromigno in Monte, dove Russo si è rifugiato dopo l’aggressione. Anche qui la sua versione risulta inattendibile: nel primo interrogatorio ha sostenuto di aver buttato la tanica nella zona del Campo di Marte. Forse un modo per depistare le ricerche degli investigatori.

A far propendere per la premeditazione c’è un altro dettaglio: le telecamere del Q8 di viale Castracani, all’Arancio, hanno ripreso Russo mentre riempie la tanica di benzina, poco prima di andare all’appuntamento. Le riprese sono state acquisite dagli investigatori.

Niente mozzicone. L’indagato ha sostenuto di non aver dato fuoco a Vania. Secondo la sua difesa le fiamme sarebbero state innescate dalla sigaretta che la donna stava fumando. Ma sulla scena non sono state trovate tracce di mozziconi. Per di più la benzina è stata versata sulla donna mentre questa era in macchina. Tant’è che il mezzo è zuppo di liquido infiammabile. Se Vania avesse avuto la sigaretta in mano l’auto avrebbe preso fuoco. Ora gli inquirenti attendono di esaminare chiamate, messaggi e geolocalizzazione dei due cellulari della donna (quello rubato trovato nell’auto, mentre l’altro è bruciato) e di quello dell’uomo. Lì, in quelle piccole scatole nere della nostra esistenza, potrebbero esserci alcune delle risposte che ancora mancano.

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