Il dolore
Silenzio e dolore a Campo di Marte
Il rammarico dei colleghi: «In un altro orario qualcuno avrebbe potuto salvarla»
LUCCA. La vita davanti ai magazzini dell'ex ospedale Campo di Marte, il giorno dopo il dramma dell'operatrice sociosanitaria Vania Vannucchi, riprende composta e controllata. Così deve essere perché, nella struttura adibita a Cittadella della Salute, ci sono ancora persone da aiutare e doveri che non possono aspettare, nemmeno il vuoto, nemmeno il dolore.
Non ci si può fermare. Non si può indugiare, se non per un attimo, di fronte a ciò che resta - almeno visibile agli occhi - dell'amara vicenda. Lì, dove i battiti rallentano e lo sgomento si dilata fino a quelle due macchie sull'asfalto, scure, bruciate e dai contorni irregolari, qualcuno si è dato da fare per ripulire.
Tolti gli ausili utilizzati per soccorrere la donna, si prova a cancellare, se mai sarà possibile, l'ombra di quell’offesa, ma in terra e, più a lungo, nel cuore di chi la conosceva, resta traccia di un episodio che difficilmente si potrà lavare via.
Sul posto, nella mattina dell'annuncio della morte di Vania, ancora nessun fiore, fotografia o ricordo. A caldo, la sofferenza per l'accaduto, sembra viversi in privato, senza gesti eclatanti, senza processioni, ma piuttosto dentro gli uffici, nelle sale per le visite, nelle piccole e quotidiane azioni. E forse è troppo presto perché il dolore esca dall’intimità più profonda di ciascuno.
«Sia Vania che Pasquale Russo erano molto conosciuti qui - dicono dal bar del Campo di Marte - E' inevitabile che la gente ne parli. Chi c’era, racconta come è andata, incredulo. Nessuno avrebbe mai immaginato».
La discrezione però è tanta e così il riserbo. Sul luogo della tragedia, il silenzio viene rotto solo dal rumore dei mezzi a lavoro, dal verso dei grilli nei campi vicini e dalle voci dei giornalisti che pongono domande a chi fa capolino.
In pochissimi si avvicinano per una preghiera o per dare un’occhiata.
Qualcuno chiede al responsabile della zona-distretto, Luigi Rossi, il permesso di tornare con un fiore: un pensiero semplice, forse consueto, tanto che non necessiterebbe di conferme, ma il torpore che avvolge chi passa di lì, sembra portare con sé la sensazione di violare quel luogo. Intorno regnano il contegno, l’ordine e il rispetto: quasi una velata timidezza, un pudore che perfino i soliti curiosi tiene alla larga.
«Vania è morta verso le 6, in molti qui lo hanno saputo nel corso della mattinata - spiega Luigi Rossi - .Non ce l'ha fatta. Eppure quest’area non è così isolata come si pensa, il movimento è costante all'incirca tutto il giorno». Il rammarico dei colleghi riguarda infatti l'orario. Se solo i due si fossero incontrati poco prima o poco dopo, magari l'uomo sarebbe stato disturbato dal viavai delle attività amministrative e sanitarie. Dall'obitorio, alle agenzie funebri, fino alla farmacia e all’area di timbro: in questa zona qualcuno sarebbe forse potuto intervenire in anticipo, se l’aggressione fosse avvenuta in un’altra fascia oraria della giornata.
«Pasquale Russo lavorava qui, sapeva come muoversi - afferma un dipendente dell'obitorio - Il giorno prima che accadesse il fatto, l'ho visto. Era al telefono, mi ha salutato con la mano. Con il senno di poi, viene da chiedersi se avesse già in mente qualcosa». Quando dopo l'una, all'indomani della tragedia, gli operatori smontano dal turno e vanno a mensa, nel lasso di tempo in cui Vania è stata aggredita, attorno lo scenario si fa di nuovo immobile.
Allora, quel posto non sembra poi così frequentato e la vita, nella parte vecchia del complesso, pare momentaneamente assopirsi.
Il silenzio aumenta di volume, mentre tutto si lascia avvolgere dal non-senso di ciò che è stato. Più tardi si ricomincerà, con il cuore gonfio, ma con la consapevolezza di ognuno di dover tornare, pian piano, alla normalità delle proprie occupazioni. Ma con un pensiero fisso a quello che è successo martedì mattina.
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