Sicurezza
Le ore di angoscia della famiglia aspettando il miracolo
Alvaro Vannucchi, storico massaggiatore della Lucchese, ha poche speranze: «È come se mia figlia fosse morta»
LUCCA. «È come se fosse morta». Alvaro Vannucchi, padre di Vania, la donna incendiata da un ex collega di lavoro, non ha la forza di parlare. Se ne sta all’ospedale di Cisanello in attesa di un miracolo. I medici gli hanno dato poche speranze. Sua figlia ha riportato ustioni gravi sul 90% del corpo: le sue condizioni sono molto critiche e non si sa se supererà la notte. Non è la prima volta che Alvaro, massaggiatore della Lucchese con un passato da dipendente Asl, si trova a vivere un dolore simile. Nell’estate del 2014, alla fine della partita tra i rossoneri e la Spal, dovette correre in ospedale: l’avevano avvertito che la figlia era stata ricoverata per una pancreatite acuta. Vania, 46 anni, passò un mese in reparto lottando tra la vita e la morte ma alla fine uscì vittoriosa da quella battaglia.
Oggi Alvaro non ha la forza di rispondere al telefono: agli amici più cari accorsi a dargli sostegno è apparso affranto e incredulo. In quel poco che dice si fatica a trovare una speranza a cui aggrapparsi. Nessuna parola sull’aggressore di sua figlia. Lo stesso dolore lo sta vivendo la moglie Giovanna, anche lei dipendente dell’Asl (lavorava all’Urp) e la conoscevano tutti. Una famiglia perbene i Vannucchi, stimati e benvoluti da tutti in città. «Ma come? Vania, la figlia di Alvaro? Non è possibile!». Esclamano i dipendenti dell’azienda e quelli delle cooperative arrivati sul luogo del fatto. Vania vive a poche centinaia di metri. Abita in una casa a Sant’Anna, in via delle Cornacchie, con la figlia Valentina e il figlioletto più piccolo. Da tempo stanno soli con la madre: il padre, Andrea Barsali, carabinieri in forza alle Unite cinofile di Firenze si è trasferito nel capoluogo. Lui e Vania sono separati da qualche anno. I due figli erano andati a trascorrere qualche giorno in vacanza con i nonni all’isola d’Elba.
Sul rapporto che c’era tra Vania e Pasquale, nessuno si sbilancia. Soprattutto dopo quello che è successo: nei capannelli che si formano sulla scena del martirio si sentono solo frasi sussurrate a voce bassa. Del resto è quasi impossibile scavare nel privato delle persone. Qualcuno si limita a dire che i due si conoscevano da molti anni: spesso erano stati visti parlare insieme. Ma di recente, almeno secondo gli inquirenti, i rapporti si erano raffreddati e Vania voleva staccarsi da quel rapporto. Negli ultimi tempi era stato un tira e molla, fino a che lei aveva chiuso andando a prestare servizio come operatrice sanitaria all’azienda universitaria di Pisa. «Abbiamo lavorato per tanti anni assieme – racconta il dottor Alessandro Barsotti, dirigente della radiologia – Era il 2008 quando Vania arrivò come barelliera nel mio reparto. Donna sorridente e collaborativa, con i pazienti e i colleghi. Risulta difficile pensare che una come lei abbia potuto scatenare una simile ira. Lui? Lo consocevo di vista. Portava la merce nei reparti ma di più non so dire».
Pasquale Russo, l’uomo accusato di aver versato la benzina e di aver dato fuoco a Vania, viene descritto come persona allegra e sempre sorridente. In passato lavorava alla ditta Moretti, poi oltre all’impiego per la Manutencoop andava a dare una mano nei ristoranti del cognato. Padre di tre figli, residente a Segromigno in Monte, apparentemente un uomo normale, con una vita normale. Nessuno poteva immaginare che potesse trasformarsi in un simile aguzzino.
Eppure per rabbia, forse per gelosia, si è trasformato in un mostro dagli occhi di fuoco che ha distrutto l’oggetto stesso della sua passione. Come già avvenuto per Sara di Pietrantonio, la ragazza bruciata viva dall’ex fidanzato o l’avvocato Lucia Annibali sfregiata con l’acido su mandato del collegga e amante Luca Varani. Amori criminali o forse tutt’altro che amori.
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