Il Tirreno

Lucca

il rapporto speciale con la cittÀ

Quel sorriso gentile affacciato sull’Anfiteatro

di FLAVIA PICCINNI
Quel sorriso gentile affacciato sull’Anfiteatro

di FLAVIA PICCINNI Quando andavo al liceo, incontravo Possenti sotto casa. Aveva sempre le sue camicie chiare, le sue immancabili bretelle e quella barba bianca, incolta, messa a incorniciare degli...

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di FLAVIA PICCINNI

Quando andavo al liceo, incontravo Possenti sotto casa. Aveva sempre le sue camicie chiare, le sue immancabili bretelle e quella barba bianca, incolta, messa a incorniciare degli occhi azzurri che parevano trasparenti. Aveva sempre anche l’aria assorta, come se la realtà non fosse quei sampietrini e quei palazzi e quei muri e quei frammenti di cielo che si intravedevano fra i tetti e che fanno Lucca; guardava le cose, mentre camminava ondeggiando, ma pareva essere altrove, in una realtà fatta di brandelli di colori, e di nasi lunghi, e di pesci con le ali, e di grandi occhi messi a scrutare il tempo e quella commedia umana che è la vita. Aveva poi sempre un sorriso gentile, e strafottente. Il sorriso di chi sa che tutto scorre, e che affannarsi è inutile, a volte perfino dannoso.

A Lucca tutti lo conoscevano, e al suo passaggio non potevano fare a meno di sorridere, tendergli la mano, chiedergli «Come sta?», «Cosa fa Maestro?», «Sta dipingendo?». Lui rispondeva con la voce bassa e serena, mettendo le labbra in dentro, il naso un po’ ricurvo si apriva nelle due strette narici, gli occhi che si facevano ancora più chiari, e tradivano irrequietezza e nobiltà. Rispondeva a chiunque, e allora anche io, adolescente, anche se non lo conoscevo, avevo preso a salutarlo.

«Buon giorno maestro», dicevo, ogni volta, con imbarazzo e deferenza. Maestro mi sembrava una parola altisonante, da registi con occhiali scuri e capelli scarruffati, dediti alle pose artistiche nei bar di Parigi e di Roma. Mi sembrava quasi di offenderlo, eppure mi uniformavo al gergo locale. Un gergo che ha eletto lui, come il Maestro per eccellenza.

Se dici Maestro a Lucca per tutti è, e resterà, Antonio Possenti. Il maestro che ha scelto di restare lì, affacciato sull’Anfiteatro, a guardare la giostra della vita, che con ogni pennellata si trasforma, perché è tutta una questione di sfumature e di diluizioni. Perché è tutta una questione di sospensioni, e non c’è niente di più bello che salire sulla sua pittura che è una ruota panoramica, ti trascina in alto e ti porta via; non ti sazi mai di scoprire il mondo con i suoi occhi.

Perché le opere di Possenti non sono quadri, sono istantanee ragionate e profonde come abissi dal pianeta: gli uomini hanno tratti di caricature e non lo sanno, gli animali rivelano il loro cuore senziente, il cielo non è azzurro ma turchino, e anche le farfalle che stanno ovunque sono frammenti di sogno e di incubo. Tutto è in bilico perenne, in un confine incredibilmente incerto fra il paradiso e l’inferno. Oltre alla sua sterminata e sorprendente galleria - perché centinaia sono le opere che ha prodotto nel corso della sua vita, che hanno portato in alto il nome della nostra città -, Possenti per anni ci ha insegnato che è possibile vivere d’arte.

Lo ha spiegato in silenzio a tutti quei ragazzi che la mattina andando a scuola lo vedevano con gli occhi limpidi affrontare via Fillungo, lo ha insegnato agli apprendisti che volevano diventare pittori, ma anche a chi sognava come me di vivere mettendo in fila le parole. Per anni, Possenti. è stato il cordone ombelicale fra il mondo dell’arte e le ambizioni dei lucchesi.

Ce l’aveva fatta, e aveva deciso di restare ben saldo alle sue radici: affacciato sull’Anfiteatro, a guardare la vita e il mondo.

Qualche anno fa lo intervistai, e lui mi accolse in quello studio che è un’interminabile sequenza di dettagli, ed è l’essenza stessa dello studio del pittore. Dentro quella collezione infinita che era adesso una sequenza di chiavi in ferro battuto, adesso dei campanacci, e poi animali imbalsamati, uova di struzzo, pennelli, colori, vasi, libri affossati uno sull’altro, c’era l’arte come me la immaginavo da ragazzina quando lo incrociavo. C’era odore di acqua ragia e tempere, il disordine di chi non ha bisogno di dominare tutto con lo sguardo perché le cose sono cose e ci appartengono (o non ci appartengono) nonostante tutto. Era un pomeriggio estivo, e parlammo del suo primo amore, della pittura e dei viaggi. Parlammo dell’India, e sedetti sopra la zampa di un elefante che era diventata sgabello.

Lo studio, come Possenti e come la sua opera, era una voragine di vitalità e scoperta. Non c’era niente di banale, di scontato, di ripetitivo: Possenti era lo stile Possenti. Ed è raro, e prezioso, quando l’unicità della persona coincide con la sua arte.

Ricordo che mi regalò un quadro, fatto appositamente per me, con una dedica bellissima. Lo tengo nello studio, fra i romanzi che amo, e quando lo guardo penso a quel libro che avevamo iniziato a scrivere - sarebbero state sue le immagini, e mie le parole - e che giace in un cassetto del desktop, penso all’ironia con cui raccontava le cose, al senso insaziabile di scoperta, a quel viaggio in India di cui mi parlò per ore, agli incontri cadenzati negli anni nel suo studio di tappeti e quadri, alla sua voce che si faceva roca con il tempo, a quello sguardo del colore del cielo all’alba, d’estate, che aveva.

Antonio Possenti aveva gli occhi come un cielo terso, di un azzurro quasi bianco, che prelude a bellissime giornate dense di ricordi e di sorrisi.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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