Sicurezza
«Io, sopravvissuta al disastro in mare»
La storia di Aline, 35 anni, della Costa d’Avorio Ha visto ventuno compagne morire sul gommone
LUCCA. «Marcher, marcher». A piedi. Giorno e notte, a bordo strada e nel deserto libico, al seguito di altri gruppi, o da sola. Gli ultimi mesi di vita di Aline valgono da soli un'esistenza intera: la traversata a piedi dalla Costa d'Avorio alla Libia, la permanenza nello stato nord-africano, il viaggio in gommone fino a Lampedusa.
Aline, trentacinquenne ivoriana, è una delle sopravvissute della strage di donne di tre giorni fa, quando 21 ragazze sono state trovate morte in fondo a un'imbarcazione, uccise dalle ustioni provocate dal carburante fuoriuscito dalle taniche, mischiato ad acqua di mare. Le gocce di quella miscela esplosiva hanno raggiunto anche le sue gambe, senza riportarle ferite gravi.
«Io ce l'ho fatta - racconta - Ma accanto a me c'erano persone morte in una pozza di carburante. Sono riuscita a salvare anche mio figlio, che ha otto mesi: mi ricordo poco o niente, so solo che è stato un viaggio traumatico. Eravamo in 160 sul gommone, stretti gli uni accanto agli altri: non si respirava. In mezzo a noi c'erano delle taniche di carburante, io sedevo accanto al motore. Eravamo soprattutto donne, tante avevano le gambe rotte, altre vomitavano. Il gommone ha cominciato a imbarcare acqua, eravamo alla deriva: siamo partite dalla Libia alle due di notte, l'imbarcazione ha iniziato ad avere problemi quasi subito. Urlavamo, chiedevamo di tornare indietro, ma i libici ti sparano dalle coste se provi a cambiare rotta. Quando sono arrivati i soccorsi, ho pianto dall'emozione: avevo paura che mio figlio morisse».
Aline è una delle ultime arrivate nel centro di prima accoglienza della Croce Rossa in via delle Tagliate. Insieme a lei, oltre al bambino di pochi mesi, un altro gruppo di ragazze, provenienti da Eritrea e Somalia. Anche loro madri giovanissime di bambini molto piccoli. Anche loro scampate dalla morte per una pura casualità. Anche loro passate dall'inferno libico, dove le donne sono considerate una merce, da comprare, rivendere, sfruttare e violare. «La quasi totalità delle donne africane che sosta in Libia, che sia per un giorno o per un anno, subisce violenze dagli arabi - continua Aline, gli occhi stanchi, la voce sottile - Violenze fisiche e sessuali quotidiane: nessuna riesce a salvarsi. Gli uomini, invece, vengono picchiati e frustati pubblicamente, nelle piazze, sulle strade. Gli arabi ti prendono tutto quello che hai, ti perseguitano, spesso ti arrestano. E non importa a nessuno che tu sia una donna, un anziano o un bambino. Per gli arabi siamo carne da macello, da usare e sfruttare a piacimento. Io ho partorito in Libia: mi nascondevo in una casa dove vivevano anche altri africani, della Costa d'Avorio e non solo, donne e uomini, stavamo insieme. Cercavo di vivere il più possibile nell'anonimato, sentivo rumori di spari e di bombe, gli episodi di violenza erano continui».
Aline stringe il piccolo forte a sé. Aline non sapeva niente della Libia, solo che era la porta per l'Europa. Di mezzi, Aline, ne aveva pochi o niente: non ha studiato, perché, dice, nel suo paese usa così. «Le donne si occupano della casa e dei bambini. Io vengo da Bonoua, vicino Abijan, la capitale della Costa d'Avorio, sono Abouré (dell'etnia Akans, molto diffusa nel paese). Sono partita da sola, a piedi: ho camminato tanto, cadevo e mi rialzavo. I miei piedi, sono gonfi e pieni di segni». Aline gioca col suo bimbo, l'ospite più piccolo del centro di prima accoglienza. «Qua ho ricevuto una bellissima accoglienza - continua - Ma il campo è strutturato per accogliere uomini, più che donne. Troppo presto per parlare del mio futuro: attendo di andare nella casa famiglia».
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