Attenzione
«Sogno una chiesa con al centro le persone»
L’arcivescovo Italo Castellani in una lettera ai fedeli: «Non vivete per voi stessi ma per la missione»
LUCCA. Ripartire dalle parrocchie, da «una chiesa missionaria che mette al centro le persone» per ricostituire il tessuto sociale e far fronte ai «segni di morte del nostro tempo». È questo il messaggio che l’arcivescovo di Lucca, Italo Castellani, ha voluto lasciare ai fedeli che ieri hanno preso parte alla messa in onore di San Paolino prima con l’omelia pronunciata durante la celebrazione e poi con una lettera che è stata data consegnata ai presenti e a tutte le autorità.
Durante l’omelia l’arcivescovo Castellani ha “costruito” il suo ragionamento attorno a due interrogativi: «Dove andremo a finire?» e «dove va la nostra Chiesa di Lucca?». Il primo quesito è lo stesso sul quale si è discusso durante il convegno diocesano che si è svolto a giugno. «L’inarrestabile crisi economica - si legge nell’omelia - con la perdurante mancanza di lavori che ci ha investito da circa un decennio; il continuo flusso migratorio che sembra non venire meno. Da qui l’insicurezza sociale diffusa e, in particolare la preoccupazione di perdere la nostra identità personale e collettiva».
La risposta al secondo quesito invece, è quella contenuta non solo nell’omelia ma soprattutto nella lettera consegnata ai fedeli. Una lettera composta da 17 punti nella quale vengono messi nero su bianco i principi dell’anno pastorale 2016/2017. «Quest’anno - si legge ancora nell’omelia ma anche nella lettera - invito a fermare l’attenzione della Diocesi sulla situazione delle nostre comunità parrocchiali al fine di renderle più autentiche e belle e affinché la vita delle persone che le compongono divenga tale da destare quella meraviglia di cui parla la pagina evangelica».
«Al cuore della lettera - spiega ancora Castellani - c’è il sogno di Papa Francesco per la chiesa intera, che è anche il mio per la nostra chiesa di Lucca: una chiesa missionaria che mette al centro le persone e non le strutture e l’organizzazione». L’omelia dell’arcivescovo si è poi conclusa con un cenno a quelli che sono i drammi del nostro tempo.
«Sappiamo riconoscere accanto ai segni di morte del nostro tempo (i femminicidi, la tragedia infinita degli immigrati, la terza guerra mondiale “a pezzetti”, ecc...), anche i segni di speranza (accoglienza dei profughi, attenzione ai diversamente abili, ecc...)? Se la risposta è positiva la festa di San Paolino ci rinfranca come comunità civile ed ecclesiale».
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