Sicurezza
Barga la "fiorentina", città di emigranti e dei versi di Pascoli
La lunga storia del magnifico paese di origine ligure. Enorme la devozione a San Cristoforo: il 25 ci sarà la festa
BARGA. Tra due settimane celebrerà, come ogni anno, il suo patrono. Una grande processione nelle vie del centro storico per mostrare l’eterna venerazione al gigante che, secondo la leggenda, sfidò la furia del fiume in piena per portare Cristo dall’altra sponda. San Cristoforo è il protettore di Barga, la città della Mediavalle protagonista della nona maxifoto in regalo martedì 12 luglio per “Lucca di notte”, la raccolta del Tirreno dedicata all’intero territorio.
L’appuntamento con la festa patronale è il 25 luglio, quando Barga si vestirà a festa per la solenne processione dalla chiesa del Sacro Cuore fino al duomo, dov’è custodita la statua del santo. In legno policromo e risalente all’alto Medioevo, è alta tre metri e mezzo: un gigante, come il patrono è sempre stato visto, al di là della leggenda. Per i barghigiani, infatti, San Cristoforo rappresenta colui che li protegge da tutti i pericoli: non a caso nei tempi antichi l’enorme statua era utilizzata in varie circostanze e occasioni rituali. All’inizio di maggio, per esempio, le coppie di promessi sposi vi danzavano intorno per propiziarsi un matrimonio felice e fecondo. In caso di guerre o assedio, invece, il gigante di legno veniva esposto sulle mura del paese, sotto il tiro di frecce e balestre nemiche, per mostrare quale titano proteggesse i barghigiani. Lo dimostrano le punte di freccia trovate nelle spalle della statua quando fu restaurata ai primi del 1900. La città, del resto, ebbe assai bisogno di divina protezione nel corso del suo passato più lontano.
Ligure-apuana in origine, poi sottomessa ai romani, quindi agli invasori giunti dal Nord e ai lucchesi, con questi ultimi fu in guerra perenne, subendo ripetuti attacchi. Un odio viscerale, quello tra Lucca e Barga, tanto che anche la dominazione di Castruccio Castracani, il condottiero divenuto signore di Lucca nel 1316, fu un periodo da dimenticare, nonostante la riedificazione delle mura e la ripresa dei commerci da lui favorita. Quella frattura non si sanò mai. Appena l’occasione fu propizia, nel 1341, i barghigiani scelsero di stare con Firenze, dove peraltro molti di loro avevano trovato rifugio durante gli assedi dei lucchesi.
Per Barga iniziò così il lunghissimo periodo di fedeltà alla città gigliata che durò oltre cinque secoli, fino all’unità d’Italia. Dalla sudditanza seppe trarre i migliori vantaggi, come l’esenzione da tasse, obblighi e gabelle: per esempio non doveva pagare la dogana per ritirare la merce al porto di Livorno, come non era tenuta alla regalia della polvere da caccia. Circostanza, quest’ultima, che favorì la nascita di molte fabbriche di polvere da sparo che, esportata e contrabbandata, garantiva guadagni non indifferenti. L’essere una sorta di paradiso fiscale d’altri tempi contribuì ad accrescerne la ricchezza generale. È l’età dell’oro per Barga. Una volta cessate le guerre e sotto la protezione di una grande potenza militare e finanziaria come Firenze, fiorirono i commerci e nell’impianto urbanistico medievale del borgo s’inserirono i palazzi rinascimentali, di cui ancora oggi ci sono molte testimonianze.
Meno felici, invece, gli anni successivi al 1860, quando Barga visse quelle condizioni di disagio e povertà che determinarono un’emigrazione senza precedenti in tutta Italia. Ma chi partì non tagliò mai il cordone ombelicale: molti riuscirono a tornare e tutti hanno trasmesso di generazione in generazione l’affetto per i luoghi d’origine. Vigile testimone della storia cittadina è il duomo, situato nel punto più alto: eretto in varie riprese dall’XI al XVI secolo, rappresenta il migliore esempio dell’architettura romanica nella Valle del Serchio. Il rintocco della torre campanaria ispirò “L’ora di Barga”, una delle liriche più note di Giovanni Pascoli, il poeta che visse a Barga con la sorella Mariù dal 1895 fino al 1912, anno della morte.
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