Finanza
Protesta dei profughi in prefettura
Cinque richiedenti asilo al cortile degli Svizzeri con i bagagli: «Ci hanno messo in un ufficio a Camporgiano, non va bene»
LUCCA. «It’s not safe, it’s not healthy». È la frase che cinque richiedenti asilo ripetono di continuo e con autentico disagio. Sono venuti ad accamparsi con tutti i loro bagagli davanti alla prefettura di Lucca. Protestano contro la sede che è stata loro assegnata come struttura di prima accoglienza. Si tratta di un circolo degli alpini a Camporgiano: da venerdì è diventata la loro nuova casa e dovranno restarci per tutto il tempo necessario ad avere una risposta alla richiesta di asilo. In pratica più di un anno. Una casa evidentemente non molto gradita.
«Altro che alloggio, quello è un ufficio – spiega Isah Iacobu, 22 anni, proveniente del Ghana – Ci hanno sistemato dei letti ma dentro ci sono delle armi e delle bombe. Non è un ambiente sicuro per noi». Le “bullets guns” a cui fa riferimento altro non sono che i residuati bellici della prima guerra mondiale esposti nella bacheca degli alpini. Pericolosi? Difficile, ma di sicuro non graditi. I cinque richiedenti asilo, gestiti dall’associazione Le Vie, se ne stanno da un paio d’ore appollaiati nel Cortile degli svizzeri, sotto lo sguardo vigile degli agenti della prefettura e un caldo opprimente. Chiedono una sistemazione diversa, migliore. Hanno tutti un’età compresa tra 18 e 25 anni e sono vestiti come i loro pari età occidentali: magliette, pantaloncini di jeans strappati, scarpe da ginnastica. In mano hanno il cellulare, chiave d’accesso ai due mondi di cui sono cittadini: il vecchio, quello che si sono lasciati alle spalle nei loro Paesi di origine (Ghana, Gambia e Togo); e il nuovo, quello che sperano di trovare in Italia. «Siamo qui da più di tre mesi – racconta Isah – Eravamo nella struttura della Croce Rossa alle Tagliate, poi da venerdì ci hanno portato a Camporgiano».
Una destinazione poco apprezzata per i motivi suddetti e forse anche perché piuttosto isolata. «Dovevamo andare a Viareggio – prosegue Isah – invece ci hanno spedito lassù. Ripeto, quella non è una casa ma un ufficio con dei letti. Chiediamo la tutela dei nostri diritti e accoglienza. Quel posto non è sicuro». Si avvicina, un ragazzo alto, leggermente più giovane. Dice di chiamarsi Babacar e ci mostra il filmato che ha girato a Camporgiano. La stanza è lunga e stretta, pare una sistemazione improvvisata. Ma sembra pulita e ordinata. Si intravedono i letti e poi questa bacheca in cui sono esposti i cimeli della Prima guerra mondiale. Certo, mettere bombe e armi nella stanza di chi spesso fugge dalla violenza non è un bel benvenuto. Ma la questione non è comunque di facile soluzione. Scende una dipendente della prefettura e spiega ai migranti che se vogliono possono salire uno alla volta e spiegare quali sono i disagi che hanno trovato. «Possiamo cercare di migliorare la situazione – dice – ma non ci sono altre possibilità: Camporgiano è la vostra destinazione. Se rifiutate, perdete i benefici concessi ai richiedenti asilo. La scelta è vostra, pensateci». I ragazzi scuotono il capo, delusi e amareggiati.
Da spettatori non è facile dire chi abbia ragione e chi torto. Sono i problemi che questa ondata migratoria pone. Salutiamo la comitiva e in serata scopriamo ha accettato di tornare a Camporgiano. Possibilmente senza i cimeli della guerra.
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