Finanza
Muore dopo l’intervento al colon
Asl condannata in sede civile: operazione mal eseguita e ritardo nell’accertamento delle complicanze
LUCCA. Era andato in ospedale per una semplice operazione al colon. Doveva essere una banalità e invece gli è costata la vita. Colpa di un intervento mal eseguito e del ritardo con cui il personale medico ha accertato la complicanza. Questo, almeno è quanto ha stabilito il giudice del tribunale civile di Lucca in merito alla morte di un pensionato di 69 anni, residente a San Filippo. A denunciare con tanto di causa civile è la figlia dell’uomo, assistita dall’avvocato Rossella Sclavi legale del foro di Sondrio, ma con uno studio a Viareggio.
I fatti in questione risalgono al 2010. Il 10 giugno un 69enne ex operaio da tempo in pensione viene ricoverato in ospedale per un’operazione programmata al colon. L’intervento viene puntualmente eseguito ma subito i familiari dell’uomo capiscono che qualcosa non ha funzionato. «Dopo l’operazione mio padre ha cominciato ad avvertire forti dolori all’addome – racconta la figlia – Inoltre la canula del drenaggio era vuota e la cosa ci è sembrata piuttosto strana. Abbiamo segnalato la situazione al personale del Campo di Marte ma medico e infermieri sostenevano che fosse tutto normale». Rassicurazioni che non tengono conto di una situazione in continuo ed evidente peggioramento, sostiene la figlia, tanto che il ventre dell’uomo si gonfia come un tamburo. Ma nonostante il pressing dei familiari nessuno pensa di fare un’ecografia al paziente, giusto per accertare che l’operazione sia andata bene. Viene invece interpellato un cardiologo: vent’anni prima il pensionato ha subito un intervento al cuore e secondo i medici lucchesi quella potrebbe essere la causa dei suoi attuali dolori all’addome. Ma il cardiologo che lo visita non riscontra alcuna anomalia nel battito cuore e suggerisce, scrivendolo sulla cartella clinica, un’ecografia urgente per scongiurare complicanze post-operatorie. Un elemento che il giudice terrà poi in considerazione.
«Ma anche in questo caso – spiega la figlia – i medici non si decidono a fargli l’ecografia e ipotizzano un’embolia polmonare, che in realtà non esiste». Devono passare tre giorni perché qualcuno si decida a fare l’esame richiesto e scopra che quell’addome gonfio e dolorante è pieno di liquidi a causa di una perforazione dell’intestino. A quel punto si diagnostica una peritonite e l’uomo viene portato in sala operatoria d’urgenza. Ci entra a mezzanotte e ne esce cinque ore dopo. Ma è troppo tardi: il medico comunica ai familiari che la peritonite è in fase avanzata e che ci sono poche possibilità che l’uomo se la cavi. L’unica previsione azzeccata dai medici della chirurgia: dopo dieci giorni trascorsi in rianimazione tra la vita e la morte il cuore dell’uomo smette di battere.
La famiglia, però, chiede giustizia e nei giorni scorsi, dopo 6 anni, il tribunale le dà ragione: la perizia del medico legale ha accertato una vera e propria responsabilità del personale medico ed infermieristico sia nell’intervento che nel rilevamento delle complicanze. Anche il drenaggio era mal posizionato. La sentenza di condanna è stata notificata nei giorni scorsi all’Asl che ora ha 30 giorni per fare appello ed evitare un maxi risarcimento. L’importo non viene reso noto dalla famiglia ma visto come sono andati i fatti non sarà una bazzecola. Un ulteriore caso di malasanità nell’Asl di Lucca dove ancora fa rumore la storia di Guido Dal Porto, il 56enne di San Ginese, a cui il 14 aprile per errore è stato tolto il rene sano al posto di quello malato.
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