Attenzione
«Senza Fabrizio qui c’è un vuoto che fa un gran male»
Le testimonianze dei colleghi e amici dell’azienda in cui lavorava il motociclista morto sulla Porrettana
CAPANNORI. Coltivava da sempre una passione irresistibile per le motociclette, trasformatasi purtroppo in una tragica fatalità.
Sono ancora increduli i colleghi di Fabrizio Bianchi, il centauro 48enne che nel primo pomeriggio di domenica ha perso la vita a seguito di un violento scontro sulla Porrettana mentre cavalcava la sua fedele Ducati.
«Ero stato avvertito della tragedia il giorno stesso da un amico in comune – dice Andrea Davini, compagno di reparto alla Meschi spa, la ditta in cui Bianchi lavorava – ma venire al lavoro il giorno dopo e trovarmi da solo in magazzino è stato ugualmente un brutto colpo. Sono le piccole assenze della routine quotidiana quelle che più fanno male».
Fabrizio e Andrea lavoravano fianco a fianco da due anni, gestendo i carichi di fiori provenienti dalla Cina e smistandoli in tutta Italia, ma si conoscevano praticamente da tutta una vita, fin dai banchi di scuola. Come accade spesso nei piccoli paesi, in cui tutti conoscono tutti, le loro strade si erano più volte incrociate negli anni, fino a quando si erano trovati a essere compagni di reparto nella grande ditta di fiori dove Fabrizio lavorava fin dall'88, prima come camionista e poi come responsabile di magazzino.
Un’azienda in cui era letteralmente cresciuto e che, in assenza di una moglie o di figli, considerava quasi come la propria famiglia: «Qui tutti gli volevano bene – continua Andrea – e stare nel suo reparto rendeva le giornate di lavoro meno faticose. Appena una settimana fa era stato il suo compleanno e per festeggiare aveva portato un vassoio di pasticcini per tutti i colleghi. A pensarci adesso vengono i brividi». Una vita scandita dagli impegni lavorativi ma che, nel tempo libero, era dedicata invece completamente alla sua grande passione: la motocicletta. Un interesse coltivato fin da ragazzo con costanza e dedizione, e che lo aveva portato addirittura alcuni anni fa a recarsi sulla pista del Mugello per provare amatorialmente l'ebbrezza di percorrere quel tracciato, sul quale tante volte aveva visto sfrecciare i propri beniamini.
«Di ritorno dal weekend – ricorda Andrea – spesso ci faceva vedere le foto scattate nei posti che aveva visitato in motocicletta. Faceva parte di un gruppetto di appassionati che la domenica si davano spesso appuntamento a un bar qui in zona per muoversi in gruppo e raggiungere località in tutta la Toscana. Altre volte invece si spostava con uno o due amici soltanto, proprio come domenica».
Proprio da poche settimane, approfittando dei primi weekend assolati, aveva ricominciato a dedicarsi alle sue escursioni dopo una lunga pausa invernale. Difficile a 48 anni pensare che una tragica fatalità, una manovra azzardata su una strada percorsa chissà quante volte, possa porre fine così bruscamente al proprio viaggio, lasciando nelle persone che da sempre in quel viaggio ti hanno accompagnato un vuoto tanto difficile da colmare.
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