Il Tirreno

Lucca

Sequestrato l’agriturismo dei migranti

di Luca Tronchetti
Sequestrato l’agriturismo dei migranti

La Guardia di finanza mette nel mirino i beni di Pietro Raffaelli, imprenditore ed ex presidente del Viareggio Calcio

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LUCCA. C’è anche l’immobile di Borgo Biaia, l’agriturismo nel comune di Camporgiano che ospita negli alloggi quasi 50 migranti gestiti dalla cooperativa Odissea, tra i beni sequestrati dal Gico della tributaria della Guardia di Finanza di Firenze su disposizione del tribunale di Lucca. Un provvedimento che ha colpito beni per un valore di 17,7 milioni di euro - oltre all’agriturismo, a cui sono stati apposti i sigilli, altri immobili, conti correnti, quote societarie, auto e capannoni in Lucchesia e a Roma- riconducibili a un notissimo e chiacchierato imprenditore: Pietro Raffaelli, 68 anni, ex avvocato ed ex presidente del Viareggio Calcio nel 1988 accanto a Giorgio Mendella e all’inizio degli anni Novanta. Raffaelli era stato condannato in via definitiva nel 2008 per associazione per delinquere di stampo mafioso e riciclaggio: accusato di un coinvolgimento nei traffici illeciti del clan Prudentino della Sacra Corona Unita. Contestualmente al sequestro conservativo dei beni nei confronti di Raffaelli, stando all’accusa, è in corso un procedimento per l'applicazione delle misure di prevenzione antimafia.

La sentenza gip. Il 25 luglio scorso tutti quei beni, su cui ieri mattina sono intervenute le fiamme gialle, erano tornati in possesso di Pietro Raffaelli dopo un sequestro operato nel 2013 dalla procura di Lucca. Tre anni fa per l’imprenditore e altri cinque indagati (tra cui i fratelli Luigi e Giuliano) era scattata l’accusa di trasferimento fraudolento di beni e di aggiramento normativo delle verifiche antimafia in quanto, proprio in virtù della condanna in via definitiva del tribunale di Bari nel 2008, non poteva più disporre dei beni immobili e costituire le 4 società del settore turistico-alberghiero. Ma l’estate scorsa il gip Silvia Mugnaini non ritenendo che l’imputazione formulata dal pubblico ministero fosse riscontrata da prove oggettive assolse gli imputati (tra cui Pietro Raffaelli) e restituì beni e denaro all’ex presidente del Viareggio.

Prestanome e società fittizie. Ma gli inquirenti non si sono fermati di fronte a quell’assoluzione. La Dda della procura di Firenze, diretta dal procuratore Giuseppe Creazzo, ha chiesto e ottenuto dal tribunale dopo nuovi accertamenti dei finanzieri il decreto di sequestro preventivo ai fini della confisca rilevando l’esistenza di un « concreto pericolo» che i beni in possesso diretto o comunque riconducibili all'imprenditore versiliese o potessero essere sottratti alla giustizia. I sigilli sono stati posti a cinque società - tra cui l’agriturismo dei migranti a Camporgiano - che per gli inquirenti erano riconducibili, direttamente o indirettamente, a Pietro Raffaelli: 10 unità immobiliari di pregio, 74 terreni di rilevante superficie e alcuni anche edificabili e due auto di grossa cilindrata oltre a conti correnti e quote azionarie. Secondo il tribunale, ci sarebbe stato infatti il concreto pericolo che i beni potessero essere dispersi, sottratti o alienati. Un intervento che si inserisce nell'ambito di un'articolata indagine a carattere patrimoniale che ha interessato la posizione dell'ex imprenditore. I finanzieri hanno ricostruito gli investimenti patrimoniali e societari che, dal 1985, Pietro Raffaelli avrebbe realizzato mediante il ricorso ad una intestazione fittizia ad altri 6 familiari o uomini di fiducia nel ruolo di prestanome. L'attività ha consentito di ipotizzare la disponibilità diretta o indiretta in capo al professionista di un patrimonio - che già nel 1993 era stimabile in oltre 30 miliardi delle vecchie lire - ritenuto sproporzionato rispetto al reddito. I dati sono stati raffrontati con i procedimenti penali nei quali l'ex avvocato è risultato coinvolto negli ultimi 30 anni in Toscana, Lazio, Sicilia, Veneto e Friuli Venezia Giulia, prevalentemente per reati fiscali e fallimentari connessi alla gestione di molteplici attività imprenditoriali (immobiliari ed agrituristiche) a lui riconducibili. Così il tribunale ha fatto scattare il sequestro preventivo. L'accusa ipotizza che attraverso una holding ancora attiva a Lucca il professionista stesse cercando di disperdere i propri beni, con il coinvolgimento di prestanome e società fittizie, con l'obiettivo di rendere non riconducibili a sé beni immobiliari o societari.

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