Il dolore
Maxisequestro di beni a imprenditore condannato per mafia
Lucca: c'era il timore che i possedimenti dell'ex presidente del Viareggio Pietro Raffaelli (ville, terreni, autovetture) venissero nascosti alla giustizia
LUCCA. Maxisequestro di beni all'ex avvocato, imprenditore ed ex presidente del Viareggio calcio Pietro Raffaelli, 68 anni, condannato con sentenza del 2008 per associazione per delinquere di stampo mafioso e riciclaggio, in quanto coinvolto nei traffici illeciti perpetrati dal clan “Prudentino” della Sacra Corona Unita e nei cui confronti è in corso un procedimento per l’applicazione delle misure di prevenzione antimafia. L'operazione è stata effettuata sulla base di un provvedimento di sequestro d’urgenza emesso dal Tribunale di Lucca nell’ambito di un procedimento per l’applicazione di misure di prevenzione antimafia, su proposta della Direzione distrettuale antimafia diretta dal procuratore capo Giuseppe Creazzo: in sostanza si è voluto evitare che i beni che dovrebbero essere confiscati "sparissero" dai radar della giustizia.
I finanzieri del Gico, infatti, hanno ricostruito gli investimenti patrimoniali e societari che, dal 1985, l'ex legale ha realizzato anche ricorrendo a una fittizia intestazione ad altri sei familiari nonché “uomini di fiducia” nel ruolo di prestanome. Tale attività ha consentito di accertare la disponibilità diretta o indiretta in capo all'avvocato di un patrimonio – che secondo le ricostruzioni effettuate, già nel 1993 era stimabile in oltre 30 miliardi delle vecchie lire - complessivamente sproporzionato rispetto alla irrisoria capacità reddituale sua e dei propri familiari. Le risultanze così ottenute sono state raffrontate con i numerosi procedimenti penali nei quali il citato avvocato è risultato coinvolto negli ultimi 30 anni in varie sedi giudiziarie (Toscana, Lazio, Sicilia, Veneto e Friuli Venezia Giulia), prevalentemente per reati fiscali e fallimentari connessi alla gestione di molteplici attività imprenditoriali (principalmente immobiliari ed agrituristiche) allo stesso riconducibili.
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Da un lato è stato quindi accertato come lo stesso imprenditore abbia investito le risorse accumulate nel tempo - sproporzionate rispetto ai redditi dichiarati – in una “holding” aziendale intestata a terzi “prestanome”, attualmente attiva nella provincia di Lucca; dall’altro lato sono state rilevate, fin dalla costituzione delle società, manovre volte, in prima battuta, a cercare di frapporre ostacoli alla riconducibilità dei beni in capo allo stesso e successivamente alla loro dispersione. Queste azioni hanno indotto il tribunale di Lucca a ritenere concreto il pericolo che i beni di cui si prevede debba essere disposta la confisca ai sensi della normativa antimafia vengano dispersi, sottratti o alienati e, quindi, a disporre con il provvedimento odierno il sequestro d’urgenza, di cinque aziende, aventi rispettivamente sede a Lucca ed a Roma, nel cui patrimonio si rilevano 10 unità immobiliari di pregio, 74 terreni - di rilevante superficie e taluni anche edificabili - nonché di due autovetture di grossa cilindrata ed altre risorse finanziarie, per un valore complessivo stimabile in circa 17 milioni di euro.
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