Attenzione
Il diario “della libertà” di Tito Strocchi
Gli appunti del patriota lucchese arruolato tra i garibaldini raccontavano l’entusiasmo dei giovani
LUCCA. Nella primavera del 1866, agli inizi delle Terza guerra d’indipendenza, vennero organizzate in piazza Guidiccioni diverse riunioni per arruolare volontari garibaldini.
Durante una di queste, un certo Bencini - esasperato dall’indecisione di un gruppo di giovani - cominciò a gridare: “arrolla e non molla”.
I lucchesi, in realtà, non si tirarono indietro in questa circostanza perché furono molte le reclute che, alla fine del mese di maggio di quell’anno, lasciarono la città in treno per raggiungere i centri di raccolta del Sud (Bari e Barletta) da cui sarebbero partiti per il fronte tirolese.
Di questi ragazzi in camicia rossa 324 provenivano dalla città o dalle immediate vicinanze. La maggior parte di loro apparteneva alla categoria dei “piccolissimi borghesi” composta da sarti, calzolai, studenti e impiegati. Pochi i benestanti e nessun rappresentante dell’aristocrazia locale. Altri 300 circa giunsero dai paesi circostanti e tutti erano animati da un grande fervore patriottico e da un’ammirazione e un affetto incontenibile nei confronti di Garibaldi che le camicie rosse chiamavano “il padre”.
Fra loro c’era anche il giovane Tito Strocchi, allora studente presso l’Università di Pisa, poi scrittore, giornalista e patriota che seguì Garibaldi sino all’avventura della repubblica francese nell’esercito dei Vosgi. Gli era accanto il fratello Pio e l’amico di sempre: Almachilde Pellegrini, collaboratore de “Il Serchio”, il giornale fondato da Tito, scrittore, nonché autore di un’opera molto importante dedicata alla storia dello spettacolo e della musica lucchesi.
Tito annotò su un taccuino – comprato a Firenze durante una sosta del “vapore” - tutte le impressioni di questo suo primo, grande viaggio; poesie e pensieri di un’esperienza straordinaria. A queste pagine confessò anche la delusione per la sua scarsa fortuna di combattente perché la sua compagnia – destinata a presidiare il territorio sovrastante il lago di Garda – non si scontrò mai con gli austriaci.
Alle medesime rivelò, senza mai rinnegare le proprie scelte, il dolore, che era quello di tutti i volontari, per dovere abbandonare i territori conquistati col sacrificio di tanti compagni e per l’umiliante concessione di Venezia all’Italia tramite l’intermediazione della Francia.
Il diario di Tito, come quelli di molti altri volontari della libertà, rivela anche cosa, allora, significasse essere giovani, quali fossero le battaglie ideali e l’impegno civile di una generazione che, al di là di ogni semplicistica generalizzazione, ebbe un ruolo fondamentale nella costruzione di un progetto collettivo che aveva come obiettivo la realizzazione di un futuro migliore sotto un’unica bandiera italiana.
Carla Sodini
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
