Il Tirreno

Lucca

Assolta una manager accusata di stalking

di Luca Tronchetti
Gli avvocati Marco Taddei ed Elena Libone durante il processo
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Gli avvocati Marco Taddei ed Elena Libone durante il processo

Lucca: dopo 10 anni di convivenza un noto commerciante l’aveva denunciata per allontanarla dalla casa

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LUCCA. La «Guerra dei Roses», dal titolo della celebre pellicola datata 1989, si conclude con la vittoria della presunta stalker assolta con formula piena dal giudice Simone Silvestri e difesa con successo dagli avvocati Elena Libone e Marco Taddei. Una vicenda tribolata per l’avvenente manager pubblica - oggi poco più che cinquantenne - e che, dopo un’ordinanza di allontanamento dall’ex convivente emessa dal giudice, era stata isolata anche dalle figlie maggiorenni che ben presto però hanno capito come la loro madre fosse stata vittima di un complotto ai suoi danni per screditarla agli occhi di tutti mettendola in cattiva luce sul lavoro.

La storia. Nel 2000 la manager, separata e con due figlie, incontra un noto commerciante della periferia cittadina, anche reduce da un matrimonio alle spalle e con due figli a carico, e scocca la scintilla dell’amore. Vanno a vivere nella villa di lui con tutti i figli. La tipica famiglia allargata. Per 11 anni le cose vanno a gonfie vele. Poi la coppia entra in crisi. Nell’estate 2013 il commerciante annuncia alla convivente che lui vuol interrompere la relazione perché ha un’altra donna. La manager non accetta la nuova situazione e mentre le sue figlie lasciano la villa e vanno a vivere altrove lei resiste. Non ne vuol sapere di lasciare la dimora e gli agi di quella vita. Inizia a dormire da sola, si chiude in una stanza, esce ed entra dalla villa senza però interrompere la relazione nonostante l’intimazione di sfratto.

Le accuse. Ed ecco che scatta una denuncia circostanziata da parte del commerciante e dei suoi figli. Ai carabinieri racconta che la convivente minacciava e molestava lui e suoi i figli in modo da ingenerare il timore per la sua e l’altrui incolumità al punto tale da costringerlo a modificare le proprie abitudini di vita tanto da doversi chiudere di notte nelle camere e dover assumere una sorta di portiere che controlli l’abitazione durante la sua assenza e quella dei figli. Non solo il commerciante riferisce ai carabinieri di dover nascondere il cibo per evitarne la contaminazione e sostiene che la convivente minacciava di far saltare la casa lasciando accesi gli elettrodomestici, di sversare sostanze oleose sui gradini e sul pavimento di cucina e acqua nel bagno in abbondanza lasciando aperti i rubinetti. Ma quelle accuse durante il processo vengono smontate pezzo dopo pezzo. I rubinetti aperti per allagare la casa non sono altro che lo sgocciolamento dei panni stesi ad asciugare, il principio d’incendio si scopre essere una pizza bruciata perché lasciata troppo a lungo nel forno a microonde e gli oggetti fatti sparire dalla casa altro non sono che un paio d’occhiali da sole di uno dei figli che poi li ritroverà. Gli atti persecutori restano sulla carta.

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