La manifestazione
LA SICUREZZA ASSENTE SUI TRENI
FLAVIA PICCINNI. Ogni cento metri il mondo cambia. Diceva così Roberto Bolaño. E il mondo cambia per davvero ogni cento metri. Adesso c'è l'Anfiteatro con le sue botteghe antiche, ora la catena di...
FLAVIA PICCINNI. Ogni cento metri il mondo cambia. Diceva così Roberto Bolaño. E il mondo cambia per davvero ogni cento metri. Adesso c'è l'Anfiteatro con le sue botteghe antiche, ora la catena di abbigliamento che proietta un frammento di futuro globale. Ma il mondo cambia ai nostri occhi anche, e forse soprattutto, quando la realtà ci mette di fronte a mosaici inaspettati.
Ieri tornavo dal Salone del libro di Torino - molti libri, spesso belli, un sacco di scrittori appassionati e migliaia di lettori; un posto dove tutte le scuole lucchesi dovrebbero portare i loro ragazzi, a respirare l'atmosfera di scoperta incondizionata e di passione che la parola scritta contiene, come uno scrigno, dentro di sé. Partenza alle sette e mezza, treno intercity per Pisa - e tralasciamo la polemica, niente affatto gratuita, su quanto sia bistrattata la nostra città per i trasporti - e poi un cambio. A Genova la carrozza si riempie. Dopo una manciata di fermate, scendono due signori e così comincia quello che mai mi sarei attesa di trovare su un treno italiano, nel 2016. Accanto a me si siede una ragazza giovane, avrà vent'anni, lunghi capelli lisci e trucco appariscente. Parla rapidamente in un rumeno sghembo con altre quattro ragazze, un poco più piccole, che stanno sedute fuori dallo scompartimento, sui sedili lungo il corridoio: una si toglie le scarpe e inizia a sventolare i calzini sporchi. Urlano, gridano, producono un caos inumano, fiere di quello che stanno generando: negli occhi delle tre donne che ho davanti c'è rassegnazione, e paura. È qualcosa che non si può spiegare. La rassegnazione che le cose vanno così, e che non si può fare niente per fermarle. La paura che queste cinque ragazzine agiscano in modo incontrollabile, e facciano qualcosa di imponderabile sì, e soprattutto di molto pericoloso. Tolleriamo tutti in silenzio. Ma quando la loro strafottenza raggiunge l'apice - con tanto di coro collettivo - non resisto più, e invito la ragazza prossima alla porta a chiudere, lei si ferma, la giovane rom accanto a me inizia a urlare, mi offende con epiteti incredibilmente feroci, cui è difficile replicare. Il gelo cala nello scompartimento. Lo avverto tutto intorno a me.
Chiedo alla ragazza di calmarsi, ma lei a quanto pare non è d'accordo: urla più forte, alle urla si aggiungono anche quelle delle sue amiche. Del controllore nemmeno l'ombra. E, per un attimo, ho paura. Una paura incontrollata, che si basa su quello che loro (cinque) potrebbero farmi, e su come potrei rispondere. Sono le dieci e mezza del mattino, fuori c'è il sole e io sono vittima di un'aggressione verbale che mai avrei immaginato. All'improvviso, arrivano due donne che hanno i posti nel nostro scompartimento e così, dopo un timido "io non mi sposto", la giovane rom si allontana. Poi come un angelo, un po' sovrappeso e calvo, compare in fondo al vagone il controllore. Le ragazze lo avvertono molto prima che arrivi al nostro scompartimento, e si dileguano. Le mie provvisorie compagne di viaggio mi spiegano che è meglio fare finta di niente in queste situazioni, perché non si sa mai. Una mi dice di aver avvertito un poliziotto via messaggio, l'altra che era pronta a far scattare l'allarme. Una silenziosa catena di protezione si era attivata. Annuisco. Anche io faccio sempre finta di niente, ma non so se è giusto così. Anzi, dopo oggi penso che non sia affatto giusto girare lo sguardo altrove, e lasciare che la rabbia e la sopraffazione che queste cricche mettono in atto si fomentino, si alimentino, crescano fino ad esplodere. Se diciamo che va tutto bene, se accettiamo tutto, come ci comporteremo quando sarà troppo tardi e l'arroganza straordinaria che ho vissuto ieri non sarà declinata solo attraverso le parole, ma anche attraverso i gesti?
Quando, qualche minuto dopo, il controllore si affaccia allo scompartimento, racconto quello che è accaduto. Lui, senza neanche cambiare espressione, quasi fosse la norma, alza le spalle e mi guarda con due occhi piccoli, verdi come la palude: "Va così. Hanno il biglietto adesso, e va così". ed è proprio vero: "Ogni cento metri il mondo cambia". Cambia il mondo, e soprattutto la nostra percezione di esso.
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