Proteste
«Contratto a chiamata? È sfruttare»
La critica del sindacato Uil sulla vicenda del licenziamento estorto
LUCCA. «Il lavoro a chiamata è una delle forme più infime per contrattualizzare un lavoratore. Nessuno si è chiesto perchè questo datore di lavoro non abbia assunto il lavoratore in questione con un contratto a termine magari parziale se aveva così tanta necessità di testare la bontà del lavoratore».
Arriva dal sindacato Uil (dal segretario di Uiltrasporti Simone Marsili e da responsabile del settore vertenze Giuseppe Priolini) una critica forte all’esperienza raccontata sul Tirreno da Mirko Tognetti, titolare della Cremeria Opera in via Luporini: quella di aver dovuto licenziare un lavoratore a chiamata perché questo lo aveva messo alle strette, chiedendogli di licenziarlo, appunto, altrimenti avrebbe fatto causa.
«Bisogna poi chiedersi - continuano i due sindacalisti - perché questo caso fa clamore al contrario di innumerevoli casi di lavoratori sfruttati».
Gli esponenti della Uil insistono sulla critica fatta da Tognetti alle prescrizioni della legge Fornero «perchè c'è una tassa da pagare per licenziare, fermo restando che proprio la Fornero ha ampliato le possibilità di licenziare anche chi - chiede il rispetto dei contratti e della dignità del lavoro e dei lavoratori. Sarà mica che tutto questo è per non pagare la tassa di licenziamento?».
«A seguito delle riforme del governo Renzi - sottolineano i sindacalisti - un lavoratore con contratto di lavoro part time che perde il posto non può essere iscritto al centro impiego e accedere al diritto della disoccupazione Naspi se ha in essere anche un contratto di lavoro a chiamata perfino se il datore di lavoro non chiama il lavoratore alla prestazione lavorativa da cui non ha reddito o da cui deriva un reddito bassissimo. Contratto a chiamata che, parlando di pubblici esercizi e rifacendosi a un Regio Decreto, non ha limiti di età o di numero di chiamate e che il datore di lavoro una volta che lo ha attivato, anche se non necessita della prestazione occasionale, si guarda bene dal cessarlo per eludere la normativa e non pagare la “tassa di licenziamento”. Il lavoratore si può dimettere, ma le dimissioni gli farebbero perdere il diritto alla disoccupazione per cui ha pagato il proprio contributo», concludono.
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