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Umberto Stefani, da Lucca all'Europa e inviato da scoop

Umberto Stefani, da Lucca all'Europa e inviato da scoop

Ha accompagnato la nascita della Comunità Europea dall’entrata in vigore dei trattati di Roma il 1º gennaio 1958 firmata il 25 marzo 1957 fino al trattato di Maastricht del 1993

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LUCCA. Da Lucca a Bruxelles per cullare il sogno di una vera Europa dei popoli. Una storia incredibile quella di Umberto Gino Stefani, 97 anni, nativo di Capannori. Stefani ha accompagnato la nascita della Comunità Europea dall’entrata in vigore dei trattati di Roma il 1º gennaio 1958 firmata il 25 marzo 1957 (da Italia, Francia, Germania, Belgio, Olanda, Lussemburgo) fino al trattato di Maastricht del 1993 quando, già in pensione, dava il suo prezioso contributo come consulente.

Proprio ieri al Campidoglio un altro Stefani – il nipote Raffaello, studente di giurisprudenza a Bologna con il sogno di calcare le orme del nonno e fare il diplomatico – sedeva quale vice presidente del Parlamento Europeo giovani accanto al ministro Stefania Giannini, al sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Sandro Gozi e al vice presidente del parlamento europeo David Sassoli per celebrare la Festa dell’Europa. Un ideale passaggio di testimone in una famiglia multilingue: cinque figli e diciotto nipoti sparsi nel vecchio continente e la gioia di diventare bisnonno il 29 aprile scorso con la nascita a Londra della piccola Lila. Dallo scoop di Marcinelle alla carriera in Europa.

A raccontare la vita di Stefani che si è stabilito a Bruxelles è il figlio Alessandro, chirurgo plastico che vive con moglie e figli in Canto d’Arco e lavora al centro trapianti di Cisanello. «I miei nonni racconta - erano commercianti di latte e mio padre, dopo aver studiato scienze politiche a Firenze, finì al fronte, fu catturato e dopo tante peripezie, perfino 18 mesi di carcere a Brescia per via del governo fascista, tornò libero grazie al cardinale Alfredo Schuster (l’arcivescovo di Milano che salvò la vita a Montanelli) terminando gli studi sotto la guida del padre gesuita Giacomo Perico.

Diventò giornalista e nel 1947 fu inviato a Bruxelles dal Corriere della Sera. In quel periodo era forte la migrazione dall’Italia in Belgio. Forza lavoro in cambio di carbone con migliaia di contadini catapultati nelle miniere. Proprio per quella perdita di dignità, quella vita in baracche di fortuna e senza servizi igienici, che nacque per volontà di mio padre il Sole d’Italia, l’organo che dava voce agli italiani in Belgio e li teneva in contatto con il paese natale. Un settimanale che raccontava la vita e le storie dell’immigrazione. Perché, come dice mio padre, non dobbiamo dimenticare che gli immigrati che oggi fuggono da guerre e carestie sono lo specchio di quello che accadeva 60-70 anni fa». La popolarità di Stefani crebbe a dismisura la sera dell’8 agosto del 1956. Suo fu il servizio sulla tragedia nella miniera di carbone di Marcinelle: «Alle 22 di sera dopo l’esplosione lui era lì per il Corsera a ridosso dei cancelli del bacino estrattivo. Fu lui a trovare il titolo di apertura del giornale per quella tragedia. “Tutti morti” e purtroppo 262 corpi furono estratti dai sotterranei». L’anno dopo il parlamentare Dc Giulio Pastore, padre di Mario, al Tg2 Rai negli anni ’70-’80 lo voleva in Italia come capogabinetto di un ministero.

«Lui non ne volle sapere. La politica non gli è mai interessata. E così, invece che a Roma, sbarcò a Bruxelles per la nascita della Comunità Europea nel 1958. Ha assistito a tutti i consigli dei Capi di Stato, ha avuto contatti con il Comecon fuori dal Parlamento, nei bar vicini a palazzo, per l’ostracismo dei paesi della cortina di ferro». Una fantastica carriera quella di Stefani: professore di Diritto Europeo all’università di Lovanio, in commissione europea, amministratore alla direzione generale aiuti per lo sviluppo dei paesi e dei territori d’Oltremare (Africa, Caraibi, Pacifico), capo divisione e assistente del direttore generale per gli affari economici e finanziari, assistente ai vertici dei capi di Stato e di governi e ai consigli europei».

Tutte le estati Umberto Stefani passava le vacanze a Lucca o in Versilia. «Ricordo - dice il figlio - che tornavamo a Capannori su una vecchia Rover e quando fuse il motore acquistò una Fiat targata Lucca. Non avendo avvertito la security del Parlamento del cambio auto all’inizio fummo pedinati perché non capivano di chi fosse quella vettura e all’epoca la guerra fredda era a una realtà». Negli anni ’70 Stefani indicò agli allora amministratori lucchesi la via europea per chiedere un finanziamento da usare per ristrutturare le Mura. «Ma i politici locali litigarono e fecero scadere quell’opportunità: quei soldi andarono a Venezia per piazza San Marco. L’assenza di una visione cosmopolita o almeno un po’ più larga di quella locale o regionale ha penalizzato sia l’Italia che Lucca».

Dell’attuale situazione europea Umberto Stefani a Bruxelles parla spesso al telefono col figlio Alessandro: «Serve una nuova filosofia altrimenti 60 anni di lotte per unificare l’Europa e impedire nuovi conflitti saranno state vane. Serve una banca centrale che abbia lo stesso potere della Federal Reserve negli Usa, occorre introdurre una fiscalità europea uguale per tutti e rivedere il meccanismo dell’euro. Senza militalizzare l’Europa con l’esercito unico. Se non si cambia i populismi economici e xenofobi avranno il sopravvento e sarebbe la fine dell’armonia del nostro continente».

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