Il Tirreno

Lucca

«Mal curato, ero un galeotto»

di Luca Tronchetti

La vittima del clamoroso errore adesso si rivolgerà a un ospedale fuori Lucca

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SAN GINESE DI COMPITO. «In carcere mi hanno salvato la vita diagnosticandomi il tumore, all’ospedale hanno rischiato di togliermela asportandomi il rene sano anzichè quello malato. È un mondo impazzito che va al contrario. Vuol sapere quel che penso? Nei miei confronti hanno agito con superficialità perché ero un carcerato. E un galeotto conta meno di un essere umano». Guido Dal Porto, 56 anni, sposato, due figli, è il paziente a cui per un incredibile errore è stato tolto il rene sbagliato, è seduto in poltrona accanto al caminetto nella sua casa a San Ginese di Compito. Parla e si commuove. Dal 22 dicembre 2015 ad oggi la sua vita è un’autentica odissea. Una serie di incredibili coincidenze capaci di far impallidire i più grandi registi noir come Orson Wells o Howard Hawks. Errori a catena - in parte suoi, in parte di terzi - sino all’ultima beffa che gli ha sconvolto la vita. «Preferivo correre il rischio di farmi un anno e mezzo dentro piuttosto che ritrovarmi in questa angosciosa situazione. - sostiene l’ex imprenditore con il figlio maggiore Giacomo che gli siede accanto - Il mio trauma è quello della mia famiglia: mia moglie Giovanna e mio figlio minore Andrea (18 anni) psicologicamente sono a terra e anche loro hanno bisogno di essere assistiti. E poi c’è una cosa che non ho capito: stamani (ieri mattina per chi legge) alla direzione sanitaria dell’Asl mi hanno fatto parlare con il professor Cecchi, primario di urologia all’ospedale Versilia. Mi ha tranquillizzato: ha detto di aver visto la tac e di aver valutato il 98-99% di possibilità di intervenire chirurgicamente sul rene sinistro conservandolo e asportando soltanto la porzione di tessuto tumorale. Non sono un laureato in medicina, ma una domanda me la sono posta: perché hanno deciso di togliere l’organo quando era possibile salvarlo recidendone solo una piccola porzione? Ma io non ero un paziente importante o comunque un ammalato “normale”. Arrivavo dal carcere di San Giorgio e quindi con me non era necessario fare accurati accertamenti. Si poteva agire in fretta senza ponderare e valutare il da farsi attraverso ulteriori esami e consulti».

La vita agra. La vita non è stata tenera con Guido Dal Porto. Che ha sbagliato pagando decisamente più del dovuto. Accusato di bancarotta per il crac dell’impresa edile-artigianale in società con un conoscente avrebbe potuto patteggiare la pena a 18 mesi per evitare il carcere come fece l’ex socio: «A fregarmi è stato il mio orgoglio. - dice - Ero convinto della mia innocenza e ho preferito affrontare il processo. Pensi che il pm aveva chiesto l’assoluzione. Invece i giudici mi hanno condannato a tre anni e tre mesi in primo grado con conferma in Appello e il 22 settembre in Cassazione. Tre mesi dopo per me si sono aperte le porte del carcere».

Vera umanità. Disorientato, incredulo, stranito, per Dal Porto sono stati tre mesi insonni. Con la biancheria nella valigia sistemata in fondo al letto in attesa che i carabinieri lo conducano in carcere. «Avevo il terrore dei lucchetti che si chiudevano alle mie spalle. Invece in prigione ho scoperto un’umanità vera, genuina, solidale. Lì mi hanno diagnosticato il tumore e devo ringraziare di cuore il direttore della casa circondariale, lo staff sanitario, le psicologhe, gli educatori e la polizia penitenziaria che mi hanno coperto di attenzioni. Dico la verità: ero depresso e dopo la condanna mi ero lasciato andare. Soffrivo di diabete mellito 2 e non mi curavo. Invece al mio ingresso nel penitenziario il medico del carcere e gli infermieri mi hanno sottoposto a una serie di controlli rivoltandomi come un calzino con tanto di esami da eseguire al San Luca». Prelievi del sangue, urinocoltura, tac. E alla fine la scoperta: neoplasia al rene sinistro. In 110 giorni di carcere Dal Porto aveva perso 10 chili. E un motivo, al di là della depressione, doveva pur esserci.

Occhio alle date. Il 5 marzo la tac eseguita dalla radiologa Claudia Gianni che scrive rene destro anzichè sinistro, il 7 marzo l’ecografia eseguita dal chirurgo-urologo Stefano Torcigliani che conferma il tumore insistendo sul rene destro invece che correggere il tiro. L’operazione è fissata per il 25 marzo, ma viene rinviata: «Era la vigilia di Pasqua, e le guardie carcerarie mi avevano già portato dalla prigione in ospedale. Ma sopraggiunse un problema. Tre giorni prima avevo assunto un farmaco per il diabete e l’anestesista non si prese la responsabilità per una serie di controindicazioni». Così l’operazione - durata 5 ore e mezzo - slitta al 14 aprile. «Nel frattempo il mio avvocato Veronica Nelli aveva chiesto e ottenuto dal giudice di sorveglianza i domiciliari. E il 12 trascorro 18 ore nel letto di casa mia prima di andare con le mie gambe al San Luca».

La profezia del detenuto. Prima di uscire dal carcere il suo compagno di cella - 64 anni, detenuto per reiterati reati contro il patrimonio - gli fa una raccomandazione: «Gino, segnati con una x la parte che ti devono operare. Non si sa mai». Sembra una battuta del repertorio napoletano e invece si rivela una premonizione. «Se lo avessi fatto avrei ancora il rene sano» commenta con amarezza.

Chi non fa non falla. Il 21 aprile Dal Porto viene dimesso e si reca ancora in ospedale per le medicazioni: «Mi hanno detto che tra il 28 e il 29 mi avrebbero comunicato il responso dell’esame istologico». E venerdì mattina, previa telefonata, si presenta a casa lo stato maggiore Asl: «Erano in 5 e li ho fatti accomodare nel tinello. C’erano tutti: dal primario Santelli, alla dottoressa Dinelli, a una psicologa sino al risk manager Martelloni. È lui che mi ha detto la verità aggiungendo un “ci dispiace”. È stato tremendo, un incubo che non scompare la mattina al risveglio. Preferivo starmene in carcere e avere i due reni. Cosa farò ora? Sono confuso. Di certo non mi farò più operare a Lucca. Attendo di consultare un luminare prima di decidere».

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