Sicurezza
Ispettori del ministero a caccia della verità
Il ministro Lorenzin invia una task force. Il chirurgo ribadisce: «Io non ho colpe» Il risk manager: «I medici non si sono confrontati, ci sono anche problemi tecnici»
LUCCA. Non ancora sospesi, ma in ferie forzate e lontani dal clamore che la vicenda ha creato intorno ai loro nomi. Il chirurgo Stefano Torcigliani e la radiologa Claudia Gianni, le uniche due persone (al momento) coinvolte in questo caso di malasanità, saranno sospesi ufficialmente dal servizio a inizio settimana, forse già lunedì. A firmare il provvedimento saranno i dirigenti responsabili dei loro reparti: il dottor Giorgio Santelli, primario facente funzione a Urologia, e il dottor Angelo Marrone, responsabile della Diagnostica per immagini. Il giorno dopo il clamore suscitato dalla vicenda dell’asportazione del rene sbagliato a un paziente 56enne, i due non si sono fatti vedere in ospedale, ma presto verranno ascoltati dagli ispettori del ministero. La titolare del dicastero della Salute Beatrice Lorenzin ha deciso di mandare a Lucca una task force composta da ispettori ministeriali, professionisti nominati da Agenas, carabinieri del Nas, e uomini indicati dal rappresentante delle Regioni.
L’incidente è frutto di una catena di errori: il referto della tac invertito, l’ureteroscopia interrotta per un problema tecnico, il mancato controllo delle immagini radiografiche e l’assenza di confronto tra clinico e radiologo. Insomma, un bel pasticcio. Il dottor Torcigliani, il chirurgo che ha asportato il rene sano, ritiene di aver agito rispettando il protocollo, ma ammette che qualche problema c’è stato. «L’ureteroscopio si è fermato prima di arrivare nella zona incriminata e di vedere che in realtà non c’era niente. È un inconveniente che ogni tanto si verifica. Se era il caso di non operare? Lo valuteranno altri: io ho agito sulla base di un referto e c’è stata una concatenazione di cose che mi ha portato ad effettuare l’intervento. Non credo di avere responsabilità. Le lastre erano sbagliate: durante la tac il paziente era stato messo a pancia sotto, ma la dottoressa non l’ha indicato e questo ha causato l’errore. Anche guardando le lastre non si sarebbe capito. Mi spiace per il paziente: ha tutta la mia solidarietà per quanto accaduto, faremo il possibile per curarlo».
A indagare su errori e responsabilità, in attesa che lo faccia la magistratura, sarà una commissione regionale. Intanto il risk manager dell’Asl, il dottor Massimo Martelloni, cerca di fare chiarezza: «Alla base di tutto c’è un errore cognitivo – spiega il medico riferendosi allo sbaglio compiuto dalla radiologa – A lei non è mai capitato di uscire di casa e di andare a destra invece che a sinistra? Capita». Capita, verrebbe da dire, quando non si è concentrati su quello che si sta facendo. Ma proprio perché sono cose che possono succedere, ci dovrebbero essere controlli utili a intercettare i possibili errori. «È vero – conferma il medico – l’accaduto ci suggerisce di mettere in piedi ulteriori livelli di verifica sugli esami. In ogni caso, dopo la tac la radiologa ha rinviato l’approfondimento diagnostico al settore specialistico di urologia. L’approfondimento consisteva nel fare un’ureteroscopia, ma lo strumento utilizzato non è stato sufficiente ad arrivare alla zona interessata dal tumore». La domanda sorge spontanea: come mai lo strumento era inadeguato? E soprattutto perché si è proceduto ad operare senza aver completato questo approfondimento? «Il primo aspetto deve essere approfondito – spiega il dottor Martelloni – In pratica, però, si è andati avanti sulla base di un solo esame. Era il caso di fermarsi? È una domanda legittima, sulla quale cercheremo di fare chiarezza».
C’è poi la questione dell’analisi preventiva delle immagini della Tac: è stata fatta? E si sarebbe potuto capire che sul referto era stato indicato il rene destro al posto del sinistro? «Chiaramente un confronto sull’esito di un esame deve essere fatto – spiega Martelloni – Ma qui c’è anche un problema di tecnologia ospedaliera relativa alla trasmissione delle immagini. Su questo si dovrà intervenire». In pratica, in sala operatoria non ci sarebbero le strumentazioni per vedere le tac. «Diciamo che c’è la necessità di studiarle il giorno prima – spiega il responsabile del rischio clinico – Ma ripeto, il confronto tra radiologo e clinico è fondamentale e in questo caso è venuto meno per eccessiva fiducia tra gli operatori». Ma almeno il chirurgo aveva guardato le immagini il giorno prima? «Questa risposta io non ce l’ho», conclude Martelloni.
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