Attenzione
Protezione o asilo solo per 16 migranti
Lucca, i dati: spesso in primo grado la richiesta viene respinta
LUCCA. Uno su otto risulta positivo al primo turno. Per tutti gli altri c'è l'appello, che spesso ribalta la decisione iniziale. È questa la fotografia degli esiti emessi dalle commissioni territoriali per il riconoscimento della protezione internazionale, a cui si rivolgono i richiedenti asilo accolti sul territorio. Una fotografia basata sui dati forniti dalla Cooperativa Odissea (principale gestore dell'emergenza profughi in provincia di Lucca, facente parte del consorzio So&Co) e riferiti ai migranti attualmente residenti nelle strutture di Lucca e Piana (dal conteggio sono esclusi quelli della Versilia e della Valle del Serchio). Ma che, nonostante la parzialità, permette di tracciare un quadro più completo e di spiegare come funziona, e talvolta non funziona, il sistema dell'accoglienza richiedenti asilo.
Partiamo dai numeri: dei 103 migranti ospiti nei centri gestiti da Odissea (59 nei centri dell'accoglienza in emergenza, e 44 in Sprar), 40 hanno ricevuto il diniego da parte della commissione e ora hanno un mese di tempo per ricorrere in appello, 25 hanno già fatto il colloquio di fronte ai membri della commissione territoriale per richiedere la protezione internazionale, ma stanno ancora aspettando il risultato e 22 devono sempre essere chiamati per la prima audizione. Sono sedici, invece, i migranti che hanno ottenuto una qualche forma di protezione, tra umanitaria (9), che viene riconosciuta per motivi vari tra cui salute, gravidanza, sindrome da stress post traumatico, sussidiaria (2), riservata a chi fugge da un paese in stato d'emergenza, e asilo politico (5), concesso quando c'è una persecuzione personale. A questi dati occorre affiancare quelli relativi ai minori stranieri non accompagnati: lo scorso anno Odissea ha attivato un appartamento per quattro ragazzi e, attualmente, sono tutti in attesa di qualcosa. Chi della chiamata in commissione e chi dell'esito del primo incontro.
La provenienza non c'entra, sono la credibilità e la fondatezza della storia raccontata a far propendere la commissione per un “sì2 o per un “no”. E non basta l'assenza di una guerra nel paese di origine per liquidare il migrante in questione come un falso richiedente asilo: la Convenzione di Ginevra indica come rifugiato lo straniero che dimostri un reale timore (soggettivo e oggettivo) di subire nel proprio paese una persecuzione per motivi personali. «La maggior parte dei migranti che accogliamo - spiega Daniele Stefanelli, psicologo e operatore Sprar per Odissea - provengono dall'Africa Occidentale, qualcuno dal Corno d'Africa, e poi dall'Asia, soprattutto Pakistan e Afghanistan. Di solito, soprattutto per chi arriva dalla Nigeria, dal Mali, dal Senegal, dalla Guinea e dal Pakistan, il primo richiamo ha esito negativo e il motivo è sempre lo stesso: la poca credibilità della storia raccontata. Spesso accade che i ragazzi si contraddicano quando vanno in commissione oppure che raccontino cose non vere. Per esempio ultimamente sta andando per la maggiore la carta dell'omosessualità, che in molti di questi paesi è un reato: in questo modo pensano di avere più possibilità di ottenere la protezione internazionale, ma quando arrivano davanti ai commissari bastano poche domande per farli cadere in errore».
Una delle parole più ricorrenti quando si parla di richiedenti asilo è attesa. Che a Lucca comincia nel momento in cui i migranti vengono accolti nel centro di prima accoglienza di via delle Tagliate, gestito dalla Croce Rossa. Qua le persone dovrebbero sostare per 72 ore al massimo Nella pratica, però, la tendopoli della Cri (che ad oggi ospita più di 150 richiedenti asilo), si trasforma ben presto in una sorta di limbo in cui i migranti restano per mesi. Ma l'attesa continua anche quando si viene trasferiti in un centro di accoglienza: dopo un mese dovrebbe arrivare la chiamata in commissione, in realtà passano dai cinque ai nove mesi, talvolta un anno, prima di avere la possibilità di raccontare la propria storia e sperare di ottenere una qualche forma di protezione. E se il responso è negativo si hanno 30 giorni per ricorrere in appello: di nuovo l'attesa, di nuovo il colloquio. È un sistema che funziona? In Italia esistono due livelli di accoglienza: nel primo ci si riferisce alla cosiddetta "accoglienza in emergenza", gestita dalle Prefetture e affidata direttamente a operatori sociali, ma anche, come diffusamente avviene sul nostro territorio, a privati (albergatori, gestori di b&b e agriturismi) che hanno l'obbligo di garantire il progetto di integrazione attraverso la stipula di una convenzione con soggetti impegnati nel sociale. Il secondo, invece, riguarda il Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (Sprar), gestito solo da realtà autorizzate con esperienza, attivato in provincia di Lucca nel 2014 dalla Cooperativa Odissea e dall'Arci. Oggi, però, la distinzione tra prima e seconda accoglienza è quasi nulla: tutti fanno tutto e non tutti hanno titoli per farlo bene.
«I fondi maggiori - conclude Stefanelli - sono investiti nel sistema Sprar, che ha un budget annuale composto da tante voci: dall'accoglienza agli arredi, dai corsi di formazione alle borse lavoro. Nell'accoglienza in emergenza, invece, gli unici fondi sono i 35 euro al giorno a profugo, con i quali coprire tutte le spese necessarie».
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