Il Tirreno

Lucca

Fucilate nell'oliveto, «chiedo giustizia per mio marito»

di Gianni Parrini
Gianfranco Borsi e la moglie Nadia
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Gianfranco Borsi e la moglie Nadia

Lucca: la moglie e il figlio di Gianfranco Barsi, anche lui scampato alla morte, in tribunale per l’udienza

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LUCCA. «Aveva la morte negli occhi». Quanto torna con la mente a quella mattina di sabato 8 novembre, Riccardo Barsi, 19enne di Vitiana, ricorda questo particolare. Lui capì subito che lo sguardo di quell’uomo armato di fucile e con la voce bassa non prometteva niente di buono. Un’intuizione confermata poco dopo: al termine di una banale discussione per il passaggio su una proprietà privata, il cacciatore alzò l’arma e fece fuoco contro suo padre Gianfranco e poi tirò due colpi contro di lui, salvatosi correndo a perdifiato tra la vegetazione. Miracolato, o quasi.

Sono passati mesi da quella drammatica mattina d’autunno e martedì 12, nel tribunale di Lucca, il ragazzo scappato dalla morte ha incrociato nuovamente lo sguardo del suo attentatore: Marco Zappelli, il 58enne di Ghivizzano ora accusato di duplice tentato omicidio. È stato portato in aula dal carcere San Giorgio, dove è rinchiuso dal giorno in cui si è presentato ai carabinieri di Castelnuovo per confessare il folle gesto: «Sono l’uomo che cercate, quello che ha sparato a Barsi».

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In tribunale ci sono Riccardo e la mamma Nadia. Non babbo Gianfranco: colpa di quella fucilata sul collo che gli farà compagnia per la vita. «Mio marito – spiega la moglie – è ancora in ospedale, fermo su una sedia a rotelle. Riesce a muovere il bicipite del braccio destro e il polso. Nient’altro. Colpa dei pallini di piombo che gli sono finiti nel midollo della colonna vertebrale». Nadia e Riccardo parlano con voce pacata e priva di rabbia. La loro vita familiare è stata sconvolta da un giorno all’altro, per il raptus di uno sconosciuto. Barsi e Zappelli non si conoscevano, non si erano mai parlati e neppure visti. Si sono incontrati per la prima volta quel giorno nell’oliveto e lì le loro vite hanno preso una svolta inattesa. Bastava poco, un minuto di ritardo per un caffè o una scarpa sciolta, e non si sarebbero mai incrociati. Ma a Vitiana non ci sono sliding doors.

Madre e figlio del ferito non cercano vendette, chiedono solo giustizia. «Ogni tanto domando a mio marito cosa prova ripensando a quel giorno e all’uomo che gli ha sparato – racconta Nadia – “Niente”, risponde lui. “Tanto cosa cambia, ormai è tutto inutile”. Anche noi cerchiamo di guardare avanti, ma la nostra esistenza non è più la stessa. Le scuse? Non ne abbiamo ricevute. Ma se ci fossero vorrei averle di persona, per guardare negli occhi quell’uomo e capire se è davvero pentito. In fondo ha ragione mio marito: Cosa cambia? Ormai è tutto inutile».

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Nadia è disoccupata, il figlio Riccardo va ancora a scuola e Gianfranco, che lavorava alla cartiera Tronchetti, non potrà più fare il suo mestiere. Una situazione complicata, considerando quello che li aspetta. «Mio marito tornerà a casa tra due mesi – racconta Nadia – Ci stiamo organizzando: servono un ascensore, un bagno attrezzato e una carrozzina elettrica in grado di muoversi sulle salite del borgo. Devo ringraziare i suoi colleghi della cartiera: ci hanno dato una grandissima mano. Così come i membri della comunità. Vitiana forse non è il luogo più agevole per un uomo in carrozzina e bisognoso di cure, ma dove dovremmo andare? Qui ci sono i parenti, gli amici. Se lo porto via lo uccido...».

A ripensare a quel giorno di ordinaria follia, il figlio Riccardo ha ancora i brividi: «Stavo andando all’oliveto con mio padre e quest’uomo ci camminava davanti – racconta il 19enne che frequenta l’alberghiero di Barga – Mio padre gli disse che era proprietà privata e che doveva andare altrove. Ci ignorò e prosegui. Poi, quando si accorse che l’area era recintata, tornò indietro e ce lo ritrovammo davanti. Lui e mio padre presero una discussione: babbo gli disse che non poteva passare di lì e che avrebbe chiamato i carabinieri. Zappelli lo fissò, poi alzò il fucile e fece fuoco: mio padre cadde a terra, il sangue gli sgorgava dal collo. Io ero nel panico. Capii che sarebbe toccato anche a me e iniziai a correre. Sentii due fucilate passarmi accanto, la seconda vicino alla gamba. Se fossi inciampato non so come sarebbe finita. Arrivai alla casa più vicina e lì mi diedero riparo. Mi ricorderò sempre i suoi occhi e oggi li vedrò di nuovo».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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