Il Tirreno

Lucca

Il ricatto degli affitti che strangola i negozi

di Luca Cinotti
Il ricatto degli affitti che strangola i negozi

Rilanci su rilanci, trattative parallele: ecco cosa succede allo scadere dei contratti a Lucca. Buona parte del patrimonio immobiliare del centro in mano a poche persone

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LUCCA. Fa male vedere vuote le vetrine di Tenucci in via Fillungo. Così come ha fatto male, nel corso degli ultimi anni, la morìa di negozi storici o, comunque, di qualità, in tutto il centro storico. Ma al di là dei casi singoli, la crisi innegabile del commercio lucchese mette sul tavolo una serie di argomenti anche scomodi, dai quali nessuno può permettersi di scappare se non a costo di un’ipocrisia insopportabile.

Confcommercio, ieri, è ritornata alla carica su temi a lei cari, come i varchi e i parcheggi. Ma anche questa rischia di essere una litania che, seppur ripetuta all’infinito, non diventa per questo più concreta. Certo, il parcheggio e l’accesso a un centro storico, a Lucca come in altre città simili, è comunque tema delicato.

Ma non possono bastare qualche centinaia di posti alla Manifattura a risollevare le sorti di Lucca. A meno che questi posti non siano messi a prezzo simbolico o, addirittura, gratuiti: ma è una soluzione che dissesterebbe le casse di Metro. E comunque ci sembra che i problemi siano altri, e più profondi. Da una parte (lo ricordava anche il presidente di Confcommercio Ademaro Cordoni) ci sono dinamiche ben più che locali come il processo di liberalizzazione che è utopia poter pensare di bloccare a livello comunale, nonostante l’utilità di uno strumento come il piano delle funzioni (che il Comune farebbe bene ad accelerare nel suo iter).

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Dall’altra un paio di spunti “locali” che non sempre emergono, anche perché toccano direttamente le tasche e i conti correnti di una fetta di popolazione “lucchese” piccola numericamente ma importante dal punto di visto economico e sociale. Quella fetta che affitta fondi e negozi del centro a prezzi sempre più alti, ormai inarrivabili non solo dal piccolo commerciante, ma anche da attività che sono strutturate e che, magari, sono aperte da qualche decina d’anni.

L’espressione “vivere di rendita”, per queste famiglie, è una realtà. La spirale del rialzo del canone d’affitto negli ultimi decenni non ha fatto altro che consolidare la posizione dei proprietari dei “muri”.

All’inizio (già negli anni Novanta) tutti a mettere nel mirino le grandi catene che occupavano gli spazi più prestigiosi e più grandi. E già allora si spiegava che solo questi gruppi potevano permettersi di pagare affitti esorbitanti. Poi il fenomeno si è trasmessi anche ai negozi più piccoli o più decentrati rispetto al quadrilatero dello shopping.

E siamo arrivati ad oggi, quando il momento del rinnovo del contratto è visto da molti commercianti come uno scoglio insuperabile. La dinamica è risaputa e comune, pur nella sua brutalità.

Il padrone del fondo propone un affitto molto più alto di quello in vigore. E spesso accompagna la richiesta con una frase di questo tenore: «Se non accetti, ho già comunque chi mi paga questa cifra».

A volte si tratta di una mossa tattica nella trattativa, molto spesso però c’è davvero un’offerta irraggiungibile per il povero affittuario. Lo abbiamo raccontato molte volte sulle nostre pagine. Così come abbiamo raccontato che spesso a ingolosire i proprietari sono i soldi messi sul tavolo (a volte anche in senso letterale) da imprenditori stranieri, il più delle volte cinesi.

Ma, visto che per fare un accordo bisogna essere in due, è un po’ troppo comodo incolpare solo l’altro, lo straniero, il cinese. Senza considerare che seduto attorno al tavolo c’è un lucchese che pensa solo a massimizzare il suo profitto, mettendola in tasca alla qualità del commercio nel centro storico.

Tutto legittimo e niente di illegale, per carità. Ma la stortura del sistema e i suoi effetti nefasti sono sotto gli occhi di tutti. Non sempre i fondi trovano un nuovo affittuario e, a quel punto, la saracinesca è destinata ad abbassarsi. Non è raro, infatti, che il proprietario preferisca tenere vuoto il negozio piuttosto che affittarlo a una cifra che non ritiene congrua. E questo può avvenire anche perché spesso lo stesso proprietario ha più di un fondo e, dunque, può permettersi di tenerne uno inutilizzato.

Sono i segreti di Pulcinella del microcosmo del commercio lucchese. Come quello dell’ex negoziante che, grazie alla sua fortuna negli affari, ha messo su un piccolo tesoretto immobiliare e, dopo aver chiuso la propria attività, è diventato un amministratore della propria rendita. Oppure quello degli “incaricati” che il proprietario assolda per controllare lo stato dei propri possedimenti e (almeno in passato) anche per fare il giro all’inizio del mese per riscuotere l’affitto. Aneddoti, certo, ma sintomatici di uno stato di cose che mette a rischio (se non lo ha già affossato) lo storico tessuto cittadino.

Cosa si può fare per intervenire? Poche sono le armi in mano al Comune. Una - già messa in campo - è quella di prevedere una tassazione alta sui fondi sfitti.

L’altra è l’emissione di ordinanze che, se non possono prevedere l’apertura coatta di un negozio, possono comunque imporre il mantenimento di un minimo di decoro. Ma la partita vera si gioca su un’altro livello: nel riportare la residenza in centro, unico antidoto per evitare l’eutanasia della città dentro le Mura. Ammesso che siamo ancora in tempo.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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