Il Tirreno

Lucca

Paure e speranze del popolo della “Cassa”

di Gianni Parrini
Paure e speranze del popolo della “Cassa”

Tanta gente a Sorbano per l’assemblea Fiducia per la fusione con Bpm: «Più solidi»

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LUCCA. «Il cliente non ha bisogno di essere ascoltato, ha solo bisogno di essere salvato». Un vecchio correntista della Cassa di risparmio di Lucca (gruppo Banco Popolare) ascolta distrattamente gli interventi trasmessi in diretta da Lodi. Quando gli chiediamo se con la prossima riforma del sistema bancario e l’annunciata fusione con la Banca popolare di Milano si rischia di perdere il legame col territorio commenta: «Il cordone ombellicale era già tagliato. Siamo nel “post-Banca Etruria”: oggi noi soci, noi cittadini, abbiamo solo bisogno di essere salvati, altro che ascoltati. Queste operazioni daranno maggiore solidità alla nuova banca. O almeno me lo auguro». Chiaro e semplice.

È con questo stato d’animo che oltre duemila soci del Banco Popolare provenienti da Toscana, Liguria e Umbria si sono presentati al polo fieristico di Sorbano per partecipare all’assemblea. All’ordine del giorno l’approvazione del bilancio della banca, che a breve cambierà pelle per due diversi motivi. Primo, la riforma del sistema degli istituti di credito varata dal governo Renzi, che impone alle banche popolari di trasformarsi in società per azioni. Un salto non da poco: si passa dal “voto capitario”, retaggio di una originaria funzione mutualistica delle banche popolari (una testa, un voto), al voto pesato sulla base del numero di azioni possedute. E i pesci più grossi la faranno da padroni. L’altra piatto caldo è la fusione con la Banca Popolare di Milano: il “matrimonio” è ora al vaglio della Bce. Si vedrà.

L’assemblea è l’occasione per vedersi, contarsi, sentirsi parte di un tutto. È il momento per sciorinare competenze di alta finanza parlando di rating e benchmark, ma è soprattutto un tempo di socialità mondana. Lo si percepisce sin dall’ingresso: una Ferrari rosso fiammante è lì a far bella mostra di sé. Intorno è tutto un via vai di curiosi col cellulare in mano. Donne con colorati vestiti a fiori animano i capannelli che si creano qua e là. L’età media dei presenti è piuttosto alta: pochi under 35, molti professionisti e imprenditori over 40 e soprattutto diversi pensionati. Sono correntisti di vecchia data della Crl che hanno comprato quote delle banca con i loro risparmi. In prevalenza hanno tagli obbligazionari tra i 1.000 e i 1.500 euro. Tutti aspettano il momento della votazione: vogliono sentirsi partecipi. Gli basterà esibire (o non esibire) il talloncino colorato che hanno ricevuto in uno dei dieci gate di ingresso per dire la loro. L’acustica imperfetta dei padiglioni di Sorbano affonda gli interventi trasmessi dai maxi schermi in un sottofondo sonore che ribolle di chiacchiericcio. Alcuni soci se ne stanno seduti sulle poltroncine leggendo distrattamente il Sole 24 ore, mentre tutto intorno si formano piccoli gruppi in cui si ragiona di tutto: dalla Juve eliminata col Bayern, ai fatti di Bruxelles, fino all’economica del territorio. Non mancano i personaggi pubblici: il sindaco Alessandro Tambellini, diversi assessori e Francesco Caredio che fa da padrone di casa qui al polo fiere.

Alberto Varetti, presidente del comitato territoriale, è un po’ la memoria storica della banca lucchese: entrato nel consiglio di amministrazione della Crl nell’87, è stato per un decennio presidente e ha vissuto il passaggio al Banco Popolare. «La banca è nata nel 1835 per tutelare il risparmio delle persone che vivevano in città. Ovviamente il rapporto con i cittadini ora è cambiato: ci sono l’home banking, il rating e Basilea. Il legame personale conta meno. Ma è rimasta una cosa fondamentale: il reimpiegare sul territorio il risparmio raccolto dalle famiglie lucchesi. Noi lo facciamo e questo ci qualifica come banca locale. Come ha detto Draghi i numeri sono delle utili stampelle per indirizzare l’attività di un istituto, ma da soli non bastano: serve attenzione verso persone e imprese. Siamo in un momento difficile: molte aziende chiedono prestiti solo per tenere testa ai debiti. Le banche si trovano in mezzo al guado: non sempre possono intervenire».

Poco più in là il nuovo direttore della banca, il ligure Matteo Faissola: «C’è una bella atmosfera perché dopo tanti anni abbiamo chiuso il bilancio con un utile significativo che ci permetterà di distribuire un piccolo dividendo ai soci. Il legame col territorio? Non lo perderemo ma oggi per svolgere l’attività bancaria servono spalle larghe. Senza è impossibile parlare di attività sul territorio. La fusione con la Popolare di Milano va in questa direzione: ci farebbe diventare il terzo gruppo bancario italiano. Vediamo come finirà: se son rose fioriranno».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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