Il dolore
Tutti in cerchio per dire no alla violenza
Bandiera italiana e marocchina a fianco nella manifestazione per il diciassettenne accoltellato
LUCCA. La bandiera italiana intrecciata con quella marocchina. I cartelli scritti in rosso e in nero, che sono i colori del Milan, la squadra del cuore del ragazzo accoltellato sabato scorso, e anche un po’ del Marocco. Il nastro rosso legato intorno al braccio. E poi le facce, dispiaciute, commosse, qualcuna arrabbiata, qualcuna delusa, che si rincorrono tra gli sguardi dei passanti, cercando conferme con gli occhi, trovando conforto nei sospiri altrui. Immagini di una manifestazione di solidarietà, interamente dedicata al giovane oggi ricoverato in ospedale, organizzata dalla famiglia, dagli amici e dai compagni di scuola del ragazzo che sabato notte ha subito un accoltellamento proprio sopra Porta San Pietro da parte di un coetaneo.
Striscioni, cori, frasi che si ripetono, che chiedono giustizia. È proprio questa, infatti, la richiesta più forte che si alza dal corteo, perché, come spiega la zia, «oggi è capitato a mio nipote, ma domani potrebbe succedere a chiunque. Qua non c'entra la nazionalità, siamo tutti uguali e c'è un solo modo per dimostrarlo: fare giustizia». I genitori, il fratello, il nonno e gli zii, insieme agli amici e ai compagni più stretti si sono dati appuntamento ieri mattina alla stazione.
Da qui è partito il corteo, che prima è sfilato davanti alla questura, è arrivato alla discesa del Caffè delle Mura per poi concludersi nel luogo dell'aggressione, a Castello San Pietro. «Mio figlio sta sempre uguale, i medici dicono che le cose stanno procedendo come devono procedere - spiega il padre del ragazzo ferito - Stamani (ieri mattina per chi legge, ndr) mia moglie è andato a trovarlo, ha provato a dire qualche parola, ma in modo del tutto confuso e scollegato. Io spero che tutto vada per il meglio, anche se sono deluso dai provvedimenti presi nei confronti dell'aggressore. Credo che come minimo fosse opportuno procedere con l'arresto domiciliare, perché non è possibile che questo ragazzo continui a girare liberamente per la città. Qualcuno l'ha visto alla stazione, altri in centro. Alcuni compagni di mio figlio sono stati minacciati da questa persona, altri hanno telefonato per esprimerci solidarietà e per dirci che i genitori non li avrebbero lasciati venire in corteo, per paura... o forse chissà». Il volto di questo papà, che resta in disparte, nelle retrovie, si fa più scuro, poi tira su la manica del giacchetto e indica il colore della pelle. «Noi siamo italiani, mio figlio è arrivato qua che aveva due mesi - continua - i suoi fratelli sono nati in Italia. È questo il nostro paese. Dobbiamo essere insieme in questa battaglia, per la giustizia e per la pace. Se mi aspettavo una partecipazione più ampia? Forse sì, ma credo che la colpa principale sia da attribuirsi all'orario».
I ragazzi si mettono seduti e formano un mezzo cerchio, proprio al centro della discesa del Caffè delle Mura: così uno accanto all'altro, con i loro striscioni tenuti stretti, è facile contarli e accorgersi che la partecipazione c'è stata, anche se non in modo massiccio. È facile osservarli, mentre si commuovono ad ascoltare l'intervento della zia del diciassettenne: «L'unione fa la forza. Non abbiate paura. Se sapete qualcosa, se avete visto qualcosa o se anche voi siete stati vittime di aggressioni o minacce parlate».
Nadia Davini
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