Il Tirreno

Lucca

La vedova non riconosce gli oggetti

di Luca Tronchetti
La vedova non riconosce gli oggetti

Solo i risultati dell’esame del dna stabiliranno se il cadavere senza testa è quello dell’operaio scomparso nel novembre 2014

2 MINUTI DI LETTURA





LUCCA. Impossibile riconoscere con assoluta certezza che quella cintura, quei calzini e quel che resta di un paio di jeans erano gli indumenti indossati da Enrico Bettini l’ultima volta che uscì di casa - era il novembre 2014 - per recarsi al lavoro. La vedova originaria della Romania rientrata in Italia proprio per il riconoscimento di quegli oggetti rinvenuti sul quel corpo orrendamente mutilato dallo scorrere del tempo e della lunga permanenza in acqua non ha chiarito con assoluta certezza se calzini di spugna e cintura di pelle erano effettivamente del suo compagno. A questo punto per fare chiarezza assoluta - ma in ogni caso quell’esame sarebbe stato ugualmente fondamentale per l’autorità giudiziaria - occorrerà attendere il responso dell’esame del dna. Sono stati prelevati nella casa di Bettini dei vestiti (giacche, maglie e pantaloni) e rinvenuti bulbi piliferi appartenuti all’operaio scomparso 15 mesi orsono e di cui si erano perse le tracce. Attraverso i poveri resti rinvenuti sulle rive del Serchio giovedì della scorsa settimana potranno essere effettuati esami comparati e quindi poter dare un nome e una degna sepoltura a quel corpo senza testa e senza mani.

Nessun delitto. Dagli esami necroscopici eseguiti dal dottor Stefano D’Errico è emerso un particolare che escluderebbe l’ipotesi dell’omicidio avvalorando la pista del suicidio. In sostanza non vi sarebbe stato depezzamento volontario della testa e degli arti inferiori. Dalla sezione del cadavere infatti, nonostante il cattivo stato di conservazione, non vi sarebbero indicazioni tali da far ipotizzare una morte violenta avvenuta attraverso il taglio della testa e delle mani. Invece appare quanto mai verosimile l’ipotesi che quel depezzamento sia stato causato in modo del tutto accidentale e, almeno in parte, determinato dalla lunga permanenza in acqua e dal trascinamento del corpo che, stando agli investigatori, giunto sino al punto del ritrovamento dalla zona del Ponte del Diavolo a Borgo a Mozzano. Perché è proprio lì che nel novembre 2014 venne rinvenuta l’auto dell’operaio che lavorava in un’azienda di statuine di gesso. E i carabinieri dopo un’analisi attenta e in base alle conoscenze di Bettini optarono per una duplice possibilità: il suicidio o l’allontanamento volontario. Vennero inviate sul posto anche squadre di sommozzatori per scandagliare il fiume alla ricerca del corpo. Ma dopo 24 ore a causa di un evento atmosferico negativo i palombari dovettero abbandonare la zona e da quel momento non fu più possibile effettuare ricognizioni.

Il ritorno del magistrato. A questo punto, in attesa degli esami completi del medico legale e del dna, la squadra Mobile diretta dal commissario Silvia Cascino attende il ritorno del magistrato che dirige l’indagine per fornire un quadro esaustivo della vicenda.

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

Il dolore

San Giuliano Terme, è morto Tiziano Taccola: storico dirigente socialista

di Redazione Pisa