Il Tirreno

Lucca

«L’ha accoltellato vogliamo giustizia»

di Federica Scintu ; di Federica Scintu
«L’ha accoltellato vogliamo giustizia»

La famiglia del giovane ferito sulle Mura chiede pene più severe

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LUCCA. C’è una muraglia d’affetto al San Luca che da sabato notte, in silenzio, protegge un ragazzo di 17 anni che sta lottando tra la vita e la morte. Ci sono il padre e la madre, i fratelli, gli zii e i cugini, i compagni di classe disposti anche a saltare la scuola per essere lì di prima mattina. «Domenica c’erano 150 ragazzi - racconta una familiare del diciassettenne - insieme agli insegnanti sono venuti qui per lui». E tutti vogliono esserci quando si risveglierà dall’incubo in cui è piombato a causa di una coltellata che un suo coetaneo gli ha inferto al fianco sinistro dopo una discussione scoppiata nei pressi di porta San Pietro per una ragazza “contesa”. Ma vogliono anche raccontare quello che provano, il dolore che può scatenare vedere il proprio figlio, fratello, nipote o amico di 17 anni immobile in un letto d’ospedale senza sapere se si sveglierà mai, la rabbia che si può innescare quando si ha l’impressione che i provvedimenti adottati nei confronti di chi l’ha ridotto così siano stati blandi. Le condizioni del diciassettenne infatti sono definite stabili ma il quadro clinico resta comunque molto critico tanto che il ragazzo finora non si è mai svegliato. Dopo i due interventi chirurgici subiti, viene tenuto dai medici in coma farmacologico e continuamente monitorato per scongiurare il pericolo infezione. Nel frattempo, sempre nella notte di sabato scorso, il presunto aggressore è stato individuato: il questore ha disposto il foglio di via per tre anni dal territorio comunale di Lucca ed è stato denunciato a piede libero per tentato omicidio. Un’accusa pesante della quale dovrà rispondere davanti al tribunale dei minori di Firenze. Ma che non placa l’ira della famiglia del diciassettenne che lancia un appello chiaro e diretto: che venga fatta giustizia. «L’espulsione da Lucca è un provvedimento ridicolo - dice ancora una familiare del diciassettenne - l’aggressore ha compiuto un reato molto grave però al momento è libero. Libero di fare ancora del male ad altri e noi sappiamo che ne è capace perché questa non è la prima volta che si dimostra violento e aggressivo».

«Bisogna pensare - dice il padre - che così si rischia che domani ci possa essere un altro genitore che aspetta accanto al letto di un ospedale che il proprio figlio di svegli. Se questo ragazzo non avrà una giusta punizione per ciò che ha fatto passerà il messaggio che in Italia, chi ha meno di 18 anni, può sentirsi autorizzato a fare del male agli altri, magari non a Lucca visto che qui non può entrare ma in altri Comuni sì. Lui ha fatto una cosa molto grave e non riesco a credere che sia sempre libero di poterla rifare». Non si dà pace questa famiglia, che ormai vive nel nostro Paese da 25 anni, che si sente italiana a tutti gli effetti e che vorrebbe che i capitoli “discriminazione” e “pregiudizio” fossero finalmente chiusi perché la loro percezione è che non sia affatto così.

«Se su questo letto ci fosse stato un ragazzo italiano - dicono i familiari - l’aggressore sarebbe già stato fermato. Noi lavoriamo e paghiamo le tasse come tutti gli altri italiani, siamo cittadini italiani e vorremmo avere stessa considerazione e trattamento».

Poi il padre del giovane, visibilmente provato e sconvolto ripensa ai giorni precedenti all’aggressione. «Venerdì sera mio figlio mi aveva detto che questo ragazzo l’aveva minacciato di morte - racconta l’uomo - ma evidentemente non gli ho dato il giusto peso. Se avessi anche solo sospettato che il pericolo era reale sarei andato con lui a Porta San Pietro, avrei cercato di proteggerlo». E la disperazione si legge anche negli occhi del cugino del diciassettenne: «Al suo posto potevo esserci io su questo letto perché all’inizio ha tentato di colpire me ma io sono riuscito a schivare la coltellata, poi si è accanito contro di lui e io non sono riuscito a fermarlo».

Su questo drammatico episodio avvenuto a Porta San Pietro, che è solo l’ultimo di una lunga serie, la giustizia farà il suo corso ma intanto i familiari del giovane e i suoi compagni di scuola stanno pensando di organizzare un’iniziativa pubblica per dimostrare da una parte la loro vicinanza al giovane e dall’altra per chiedere giustizia nei confronti di chi ha compiuto un atto tanto brutale. I dettagli non sono ancora stati definiti ma pare che l’idea ci sia.

«Abbiamo in mente di portare in piazza un po’ di persone - dicono i familiari - perché vogliamo che chi ha il potere di fare qualcosa per fermare l’aggressore lo faccia. Ci sono tanti ragazzi disposti a partecipare quindi il sostegno non ci manca. Dobbiamo solo pensare a come organizzarla ma l’idea c’è».

Nella stanza della terapia intensiva una mamma tiene la mano al proprio figlio. Poi esce, si toglie il camice protettivo.

Occhi tristi, parla poco. Con lei c’è una zia del giovane, ci guarda anche lei, poi si mette una mano sul petto e dice: «Il cuore di una mamma musulmana soffre come quello di tutte le altre».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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