Sicurezza
I misteri mai risolti lungo le sponde del fiume
Dall’ombra del Mostro di Firenze nel 1984 al corpo decapitato del 1988, fino agli incendi a raffica
LUCCA. Dante (nel senso dell’Alighieri) aveva ragione: il Serchio è certo altra cosa dal fiume infernale di pece bollente nel quale sono immersi i “barattieri”. Ma le acque del fiume che “costò caro ai Lucchesi” nascondono più di un mistero sotto l’ombra delle piante a ridosso del corso d’acqua. Cerniera ideale fra centro e periferia, vicino alle Mura ma non “interno” come avviene con l’Arno a Pisa o a Firenze, il Serchio è stato palcoscenico di più di un fatto di cronaca nera. E almeno di un paio di delitti irrisolti.
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Uno di questi ha più di una coincidenza con i fatti delle ultime ore. Nel febbraio del 1988, il 29 del mese (un anno bisestile, come quello che stiamo vivendo), un cadavere senza testa viene ritrovato nei pressi di una cava di inerti a due passi dagli impianti sportivi dell’Acquedotto. A rendere possibile il rinvenimento una telefonata anonima al centralino della questura. I poliziotti trovano prima une vecchia Mercedes, poi un corpo, seminascosto: risulterà essere quello di Carlo Alberto Bertini, 57enne agente di commercio, che non dava notizie di sé da qualche giorno. Come nel caso del cadavere rinvenuto ieri, l’uomo era stato decapitato. Un delitto, senz’altro, stabiliscono gli investigatori. Di più: un’esecuzione. In stile mafioso. Un delitto che per oltre 25 anni è rimasto irrisolto, anche per la mancanza di solidi appigli nella vita del rappresentante. Di ipotesi ne furono avanzate più d’una, dal delitto passionale ai traffici illeciti. Ma, appunto, rimasero solo ipotesi.
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Stesso anno, qualche mese più tardi, un altro omicidio. Stavolta qualche chilometro più a valle, a Ponte San Pietro. E stavolta con un assassino con un nome e cognome: L’allora 22enne Gino Metelli uccise a colpi di cric, al termine di una lite, il 18enne Marcellino Gianni: delitto per il quale si fece 14 anni di galera.
Ma c’è un caso che più di tutti è rimasto nella mente dei lucchesi, o almeno di quelli nati prima di metà anni Settanta. 21 gennaio 1984: sull’altra sponda del fiume rispetto a quella finita oggi agli onori della cronaca, in una pioppeta di Sant’Alessio viene uccisa una coppietta che si era appartata per avere un po’ di intimità. Si tratta di Paolo Riggio, 34 anni, e Graziella Benedetti, 31. Fidanzati da anni, hanno dovuto rinviare il matrimonio per un problema di salute del giovane. Quella sera vengono freddati a colpi di pistola. Una Beretta long rifle calibro 22. Stessa arma, stesso calibro di quella che a settembre 1983 aveva ucciso due turisti tedeschi a Giogoli. E che avrebbe ucciso, a luglio, una coppietta a Vicchio. E poi, a settembre 1985, agli Scopeti. Insomma, stessa arma del Mostro di Firenze.
Per qualche ora, qualche giorno, anche Lucca cadde sotto la cappa del killer inafferabile, protagonista della più longeva e spaventosa serie di delitti mai avvenuta in Italia. Gli inquirenti, però, esclusero presto questa pista: i bossoli non erano Winchester, come quelli del Mostro, la perizia balistica disse che la pistola non era la stessa. E mancava l’accanimento sul corpo delle vittime. Una rapina finita male, si pensò. Anche se l’allora dirigente della squadra mobile Claudio Arpaia avrebbe rivelato una ventina di anni dopo al Tirreno che i sospetti si concentrarono anche su un «guardone anzianotto». Sospetti caduti, piste finite nel nulla, fascicoli alla fine riposti negli archivi delle procure. Un destino comune a tanti fatti avvenuti lungo le sponde del placido Serchio.
E non per forza si deve trattare di fatti di sangue. Nell’estate del 2002, proprio nella zona dove ieri è stato ritrovato il corpo senza testa e (almeno finora) senza nome per quasi un mese andarono avanti vandalismi, intrusioni in casa e anche incendi. Tre in due giorni. Fino al doppio rogo di un garage, a sei ore di distanza uno dall’altro. Tutti senza un colpevole. Come può avvenire qui, lungo il Serchio.
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