La manifestazione
Il museo non nasce e la Valle rischia di perdere la memoria
Tutto il materiale raccolto dal ricercatore Graziano Serafini per ricordare le antiche attività è ancora senza una sede
BAGNI DI LUCCA. Andrà disperso il patrimonio storico raccolto, frutto di anni di lavoro e ricerca, per le attività presenti da secoli sul territorio di Bagni di Lucca? E, soprattutto, sarà possibile farlo conoscere a chi verrà dopo di noi? Corriamo il rischio che i giovani perdano memoria di ciò che ancora oggi sono i loro nonni? È questo l'allarme che Graziano Serafini, appassionato di storia, creazioni, inventore per passione e cultore delle lavorazioni artigianali del territorio lancia non solo all’amministrazione comunale, alla quale si rivolge per realizzare il progetto, ma anche ai privati, per poter trovare un sito idoneo sul territorio per collocare tutto il materiale, come era sua intenzione fin dall'inizio.
«Tutto ha avuto inizio – dice Serafini – con il progetto per la riattivazione della centrale idroelettrica delle Ravacce, ai tempi della prima amministrazione Contrucci. Si ipotizzava un museo della centrale e il piano primo dell’edificio della centrale è stato totalmente ristrutturato creando dei locali che verranno adibiti a sala espositiva, con "affacciamento" sul locale turbina. Il museo è importante per le scolaresche e l’afflusso turistico».
Contemporaneamente Serafini aveva iniziato anche un’operazione di recupero reperti dove possibile. Tutti i materiali in legno, travi, travicelli e tavolame necessari per il riassemblaggio dei questi macchinari furono forniti gratuitamente da Mari, o della Falegnameria Gabrielli a Ponte a Diana. Inoltre, transitando lungo la statale del Brennero, si può ancora vedere all'esterno la grande “girante Pelton” donata a Serafini dalla cartiera di Gianfranco Calamari, che si trova sul torrente Pizzorna.
«Anche l’amministrazione comunale mi aveva allora supportato in vari modi, con un contributo per le spese vive da me sostenute, con la fornitura di profilati in ferro per supporti telai e così via. In qualche caso con l’impiego di operai e mezzi del comune per trasferimenti logistici e, in particolare, per il recupero di un grosso maglio da un distendino a Ghivizzano – aggiunge Serafini - il passo successivo fu da parte mia una donazione al Comune di tutti gli oggetti e macchinari restaurati, che furono conferiti nella sala espositiva. Parti di macchine più pesanti in attesa di sistemazione furono successivamente collocate all’esterno, sul piazzale, in un luogo non custodito. E prima che venisse installato un cancello automatico all’ingresso. "cercatori di ferro" entravano allora liberamente con mezzi vari raccogliendo tutto ciò che era rivendibile. A tutt’oggi purtroppo non so esattamente cosa sia rimasto di questi oggetti».
Nell’atto di donazione Serafini aveva inserito una clausola legata alla effettiva realizzazione del museo. Non essendo stato realizzato, il ricercatore è tornato di fatto il proprietario di tutto quanto aveva precedentemente donato.
Il giorno in cui non potesse più seguire la cosa, nessuno avrebbe la minima idea su cosa rappresentino i macchinari. Gli attuali proprietari della centrale hanno accordato a Serafini di lasciare tutto il materiale, ma fino a quando? Serafini chiede quindi all’amministrazione comunale un sito adeguato: «Faccio appello inoltre a tutti, privati e non, che avendo lo spazio necessario a disposizione credano in questo progetto e nella sua realizzazione. Erano 85 i mulini del Comune di Bagni di Lucca e gli opicifi 140, se comprendiamo anche le centraline. Tantissime sono poi le vecchie lavorazioni che non sono conosciute (dalle vecchie tessiture alle mole per i fabbri). Il materiale che abbiamo recuperato può diventare fonte di grande richiamo sul territorio, non c'è niente di simile non sono nella Mediavalle, ma nell'intera provincia di Lucca».
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