Il Tirreno

Lucca

Borchardt e la Lucca di un tempo

Borchardt e la Lucca di un tempo

Il figlio dello scrittore ricorda la società degli anni Trenta e Quaranta

3 MINUTI DI LETTURA





LUCCA. «La mia famiglia ha vissuto per tredici anni a Lucca, è stato un periodo meraviglioso anche durante gli anni della seconda guerra mondiale, che ci sembrava così lontana. L’idillio finì quando mio fratello maggiore, ospite a Pisa della famiglia Roncioni, tornando a villa Bernardini a Saltocchio dove abitavamo, si imbatté in decine di cadaveri riversi lungo la strada, probabilmente fucilati dai nazisti. Capimmo allora che la guerra era arrivata». È il racconto dell’88enne Cornelius Borchardt che in questi giorni si trova a Lucca per la presentazione del libro del padre Rudolf, grande scrittore e filologo tedesco, “Anabasi”, tradotto per la prima volta in italiano da Valentina Dolfi e pubblicato dalla casa editrice Maria Pacini Fazzi. Il lucido racconto di Cornelius Borchardt ci restituisce un'immagine quasi onirica della Toscana e della Lucchesia degli anni ’30 e ’40, tra salotti aristocratici pullulanti di intellettuali, scrittori e artisti: «Mio padre amava le ville lucchesi perché lì poteva respirare la storia, c’erano antichi mobili stile impero, grandi saloni da ballo, le stanze erano impregnate di storia. Amava la campagna perché era molto legato all'idea della villa romana che non era solo una residenza ma una comunità, dove si producevano i prodotti agricoli, dove abitavano famiglie di contadini e si viveva a stretto contatto con la natura. Era figlio di un commerciante tedesco di origini ebraiche, ma presto si convertì al protestantesimo. Andò in Germania allo scoppio della prima guerra mondiale per servire nell'esercito. Finita la guerra tornò in Toscana, prima a Pisa, poi a Volterra e poi a Lucca. Qui fu ospite degli Altieri a Gattaiola».

Da qui lo scrittore ebbe una fitta corrispondenza col principe Rupprecht di Baviera che credeva essere il legittimo pretendente al trono tedesco. In questo periodo nacque una profonda amicizia coi Mansi e nel 1931 Rudolf Borchardt e i figli avuti dalla seconda moglie, si trasferirono a villa Bernardini a Saltocchio di proprietà dei Mansi, dove vissero fino al 1942: «Qui mio padre ebbe l'occasione di conoscere Ranuccio Bianchi Bandinelli e Tommaso Gallarati Scotti e in questo periodo fu anche invitato a Napoli da Benedetto Croce del quale divenne molto amico. Mio padre considerava Croce un genio, uno dei più grandi intellettuali del suo tempo». A Saltocchio Borchardt si dedicò alla traduzione della Divina Commedia in tedesco e visse nella tranquillità della campagna lucchese. Poi tutto cambiò con la ritirata dei tedeschi: «Fu un trauma per mio padre ma anche per me. Io ero giovane e mi consideravo lucchese, avevo molti amici e anche una ragazza. Nel '42 però dovemmo lasciare villa Bernardini per trasferirci a Forte dei Marmi, qui mio padre conobbe la signora Castoldi che ci propose di andare a vivere da lei nella sua villa di San Michele di Moriano durante lo sfollamento. Mio padre non si fidava perché la sua villa era frequentata anche da ufficiali nazisti ma alla fine accettò perché voleva rimanere a Lucca». In quel periodo lo scrittore si spese molto per tutelare la popolazione lucchese dalle angherie dei tedeschi. Alla fine però la famiglia Borchardt fu costretta a tornare in Germania dove nel 1945 lo scrittore morì improvvisamente: «Ho un ricordo stupendo della mia giovinezza qui a Lucca. Dopo che fummo costretti dai nazisti a tornare in Germania per molto tempo non ebbi modo di tornarvi», fino al 1959, quando Cornelius ritornò nei luoghi in cui aveva trascorso la sua giovinezza. Borchardt cerca di mascherare la sua emozione nel ricordare quel momento: «Fu commovente tornare, tutto era uguale ma anche diverso, molti dei miei amici erano figli di contadini e non abitavano più nella tenuta di villa Bernardini».

Tommaso Bedini Crescimanni

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

La manifestazione

Firenze, oltre 2.000 studenti in corteo: «Se ci togliete il futuro noi vi blocchiamo il presente»

di Redazione Firenze