Il Tirreno

Lucca

I nomadi in carcere non collaborano

I nomadi in carcere non collaborano

Chiedono di essere interrogati dal magistrato: «Siamo vittime delle circostanze»

2 MINUTI DI LETTURA





LUCCA. Hanno chiesto di essere ascoltati dal sostituto procuratore Aldo Ingangi, titolare dell’inchiesta sulla rapina all’oreficeria di Nave, perché avevano da fare importanti rivelazioni. Ma una volta di fronte al magistrato e alla presenza del loro legale, avvocato Massimo Panzani, si sono limitati a ribadire che loro con la rapina non c’entrano, che ad incastrarli sono state una serie di circostanza sfortunate e irripetibili. Uno di loro, Clei Satori, ha addirittura sostenuto di non essere un ladro, ma non un rapinatore e che non avrebbe mai commesso violenza nei confronti del titolare della gioielleria che conosce da tempo. Inutile dire che il magistrato preso atto delle loro dichiarazioni se n’è tornato in ufficio rilevando la decisione della coppia di nomadi malviventi - l’altro in carcere è Domenico Tarantino - di non collaborare con gli investigatori. Logico che nemmeno il loro avvocato se l’è sentita di chiedere un’attenuazione della misura restrittiva in carcere dove sono detenuti da quasi un mese. Nel frattempo è emerso che entrambi fanno uso da tempo di sostanze stupefacenti. Non è da escludere che i due nomadi residenti nel campo di Maggiano e facenti parte della gang composta da sette persone (c’era anche una ragazza con disturbi della personalità a cui è stata revocata la misura dei domiciliari) fossero sotto l’effetto degli stupefacenti durante l’azione criminosa. Nel frattempo l’indagine prosegue sotto traccia e potrebbe, nel giro di poco tempo, portare a nuove rivelazioni e ulteriori misure cautelari nei confronti di altre persone.

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

Attenzione

Ritiro urgente nei supermercati Conad di albume d’uovo per rischio salmonella

di Redazione web