Il dolore
In trappola due rapinatori dell’oreficeria
La gang è composta da almeno sette persone Ai domiciliari una ragazza usata come esca
LUCCA. C’è un’agguerrita gang di malviventi stanziali e non che agisce in Lucchesia commettendo furti e rapine ai danni di bar, negozi e oreficerie. Gente senza scrupoli che, sotto l’effetto della droga, non ci pensa due volte a picchiare chiunque si opponga alla loro volontà. Malviventi che girano armati e che sono doppiamente pericolosi proprio perché lo stupefacente usato prima di compiere azioni criminose li porta a non valutare le conseguenze dei loro atti. L’apice è stato raggiunto martedì quando in una gioielleria sulla via Sarzanese a Nave un orefice era stato rapinato, ammanettato, picchiato e colpito con il calcio di una pistola riportando ferite alla testa giudicate guaribili in 15 giorni. Ma la risposta di magistratura e carabinieri è stata immediata. In meno di 24 ore due componenti della gang - composta almeno da 7 persone che hanno agito a bordo di 2 auto - sono finiti dietro le sbarre con l’accusa di rapina aggravata mentre una ragazza di 20 anni residente nella Piana, decisamente sprovveduta e ritenuta una figura marginale nella vicenda, si trova agli arresti domiciliari e nelle prossime ore la sua posizione dovrebbe essere definita con un’attenuazione della misura.
In manette. Sono stati sottoposti a fermo di polizia giudiziaria due nomadi di etnia sinti con precedenti i per reati di tipo predatorio. Si tratta di Clei Satori, 37 anni, detto «Il Ghietto» e Domenico Tarantino, 27 anni, entrambi residenti nel campo rom di Maggiano. Un provvedimento firmato dal sostituto procuratore Aldo Ingangi che ha lavorato a stretto contatto con i carabinieri del nucleo investigativo guidati dal maggiore Dario Anfuso e in collaborazione con la Compagnia diretta dal maggiore Giangabriele Affinito. Già stamani l’atto sarà sul tavolo del gip per la convalida. Nel frattempo i due malviventi si trovano rinchiusi a San Giorgio e negano di aver fatto parte del commando che ha rapinato il gioielliere Aldebrando Del Pecchia. Al momento delle auto usate, del lampeggiante utilizzato su una delle due vetture e soprattutto della refurtiva rubata all’oreficeria-compro oro «Aldo Gioielli» - una sessantina di collane, qualche anello e alcuni monili per un valore di svariate migliaia di euro - non c’è traccia. Ma l’inchiesta è all’inizio e il bottino (roba che scotta) potrebbe essere già stato «ricettato» oppure nascosto in qualche luogo sicuro per poi, in un secondo momento, fatto sparire.
Fatti e sviluppi. L’anello di congiunzione tra gli arrestati e la rapina è un’indagine sui furti in Lucchesia nel 2015. Un’autentica piaga a giudicare da numeri e cifre (+26% rispetto al 2014). E su questi continui raid in case, uffici, negozi e aziende che si concentrano i militari diretti dal comandante Marco Rosi. E i due fermati - visti i precedenti specifici per reati contro il patrimonio - vengono «attenzionati» con mezzi tradizionali alla Maigret (appostamenti, pedinamenti) e con l’ausilio delle nuove tecnologie (intercettazioni). A dare una mano agli inquirenti il tentato furto avvenuto tra il 6 e il 7 gennaio al bar «Da Alfredo» a Toringo. Lì per la prima volta è comparso un lampeggiante identico a quello sulle auto civetta delle forze dell’ordine. Un modo per sviare i sospetti e allontanarsi rapidamente dall’edificio preso di mira soprattutto nel caso in cui il sistema d’allarme avesse impedito il compimento del furto. Le indagini sono soltanto all’inizio, ma qualcosa non torna. Di solito i nomadi stanziali non commettono reati nei luoghi in cui vivono. Al massimo fungono da basisti e lasciano ad altri rom di zone limitrofe il compito di fare razzia. Oltre al salto di qualità legato al reato predatorio (dal furto alla rapina) siamo di fronte anche a un cambio di mentalità? Oppure gli altri malviventi sono zingari provenienti da accampamenti vicini?
Un piano studiato. Appare acclarato che la gang (composta da almeno altre 4 persone) conosce bene i luoghi e l’oreficeria. Sa che non ci sono telecamere e prima di entrare deve aver compiuto una serie di appostamenti. La ragazza, in modo quasi inconsapevole, è stata usata come testa di ponte. Alcuni componenti la banda le hanno chiesto di entrare nella gioielleria e mostrare un anello e chiedere quanto poteva valere. Lo stratagemma utilizzato - e ripetuto due volte perché nella prima circostanza era entrato un altro cliente -prevedeva, non appena la ventenne fosse uscita dal locale e prima che la porta si richiudesse, l’ingresso di almeno tre banditi travisati e pronti a tutti pur di impossessarsi del bottino.
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