Sicurezza
Sulla pista dei banditi che si fingono agenti
Molte analogie riportano al tentativo di furto al bar Alfredo a Toringo Si stringe il cerchio: gli inquirenti hanno raccolto più testimonianze
LUCCA. Stavolta le forze dell’ordine non brancolano nel buio. C’è una pista che potrebbe dare buoni frutti legata alla violenta rapina ai danni del gioielliere aggredito selvaggiamente sulla via Sarzanese a S. Anna. La giovane donna entrata a volto scoperto, l’auto con il lampeggiante utilizzata per il colpo, l’accento dei banditi, la testimonianza di un passante cinquantenne in bicicletta che ha visto la scena dentro al negozio e ha chiamato il 112, le telecamere in un locale poco distante. E soprattutto le analogie - e qualcosa in più - legate al tentativo di furto al bar «Da Alfredo» a Toringo avvenuto nella notte tra il 6 e il 7 gennaio scorso quando i malviventi, dopo aver forzato la finestra, riuscirono ad introdursi nell’esercizio commerciale, ma vennero messi in fuga dal sistema di vigilanza. E quando gli abitanti della zona, insospettiti dai rumori provenienti dal bar, si affacciarono alle finestre per capire cosa stava accadendo notarono un’auto con un lampeggiante acceso, come quelli in dotazione delle forze dell’ordine, e dalla strada una voce - in un italiano senza inflessioni dialettali - che li tranquillizzava: «Siamo della polizia, ci pensiamo noi». Un escamotage per invitare tutti a rientrare nelle abitazioni e poi allontanarsi per le stradine di campagna. Quelli non erano agenti in borghese, ma probabilmente gli stessi malviventi (o almeno alcuni di loro) che hanno pestato il gioielliere per impossessarsi di un bottino che doveva essere assai maggiore se Aldebrando «Aldo» Del Pecchia non avesse, qualche istante prima, sistemato in cassaforte la maggior parte dei rotoli e dei preziosi che tiene in negozio. Quel lampeggiante e (forse) quel tipo di vettura potrebbero non essere passati inosservati.
Banditi locali. L’inchiesta diretta dal sostituto procuratore Aldo Ingangi e affidata ai carabinieri del reparto investigativo e del radiomobile potrebbe essere a una svolta in grado di portare a misure cautelari. Di certo c’è che stavolta a compiere la rapina non è una gang che viene da lontano. Il colpo è stato studiato nei minimi dettagli. I due malviventi entrati avevano il volto travisato, i guanti in lattice e sembravano conoscere bene la zona. Come se fossero stanziali. Sapevano che nell’oreficeria non c’erano telecamere di sorveglianza altrimenti perché far entrare la complice, una ragazza poco più che maggiorenne, a volto scoperto con il rischio di essere identificata? A meno che non si tratta di un’incensurata, di una persona estranea al contesto malavitoso.
Uso di stupefacenti. I due banditi armati di pistola (da capire se fosse o meno un’arma giocattolo) entrati in azione non hanno avuto nessuna pietà nel colpire a terra una persona inerme ed ammanettata. Segno che potrebbero aver agito sotto l’effetto di sostanze stupefacenti. Consumatori abituali o occasionali? La droga utilizzata per il «salto di qualità»: dai furti alle rapine?
Roba che scotta. Ci sono poi le collane - una sessantina oltre a una decina di anelli - che i banditi hanno arraffato dalla vetrina. E che adesso è refurtiva che scotta. Seguendo quei collier i carabinieri, sotto l’egida della procura, possono arrivare ai ricettatori e da loro agli autori del colpo. Il cerchio si stringe.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
