La manifestazione
«Mi tocca ripartire da zero»
Il racconto del gioielliere rapinato a Nave. «Un danno da 60.000 euro»
LUCCA. «Paura? In quei momenti non hai tempo per avere paura. Quella arriva dopo, quando ripensi all’accaduto». Aldebrando Del Pecchia o, come più semplicemente lo chiamano tutti, Aldo (lo stesso nome dato alla sua gioielleria a Nave), è davanti al proprio negozio con i suoi familiari. Sulla porta è un viavai continuo di persone, conoscenti, vicini, anche giornalisti, mentre il telefono cellulare non smette mai di squillare. Tutti vogliono sapere, vogliono sincerarsi delle sue condizioni, dopo averne visto foto sul giornale con quella fasciatura in testa. Aldebrando non si nega, ormai il peggio appartiene al passato, alla sera precedente e accetta di buon grado di ripercorrere l'incubo vissuto poche ore prima.
«È successo tutto dopo poco le 19 – racconta Del Pecchia – una ragazza ha suonato e io le ho aperto. Non c'era niente di sospetto in lei. Era una ragazza giovane, circa diciotto anni. Sembrava una cliente come tante e come cliente si è comportata: è entrata, ha chiesto di farsi prendere le misure per un anello e se ne è andata. Tutto normale, almeno fino a quando non è uscita. In quel momento la giovane ha aperto la porta spalancandola, facendo così entrare i suoi complici. Si trattava di tre uomini, sicuramente italiani, all'apparenza sui 30-35 anni». Un'età calcolata sulla base del fisico, perché il volto non si vedeva: «I tre avevano il viso coperto, erano incappucciati, e indossavano i guanti. In mano avevano delle pistole e sono entrati dentro come delle furie. Hanno cominciato a colpirmi con pugni e con il calcio delle pistole, e poi mi hanno ammanettato».
Qui scompare dalla scena la ragazza: entrati i tre uomini – spiega il gioielliere – lei è uscita e non si è più vista. Probabilmente stava facendo da palo. Intanto, però, all'interno del negozio, si scatenava l'inferno: «Dopo avermi ammanettato mi hanno liberato, perché volevano farsi aprire la cassaforte. Ho provato a dir loro la verità, ossia che quella era una cassaforte a tempo, che non si poteva aprire. Hanno cominciato a colpirmi di nuovo, pur di farsi aprire, a quel punto ho reagito. Ho avuto una colluttazione con due di loro (il terzo era impegnato a svuotare le vetrine e a portar via quello che trovava) e in quel momento sono fuggiti».
Il tutto si è consumato nel giro di pochi minuti, che devono essere sembrati un'eternità. Una volta usciti i banditi l'uomo ha dato l'allarme. Del Pecchia è stato anche costretto ad andare all'ospedale, per farsi medicare le ferite provocategli dalla banda. A quel punto sono partite le indagini degli investigatori, mentre per il gioielliere era arrivato il momento di fare un bilancio della refurtiva. E anche se i banditi non sono riusciti a farsi aprire la cassaforte il conto è stato comunque salato: «Hanno portato via gioielli per 60mila euro – continua Del Pecchia – un danno enorme. Non so quando e quanto mi risarcirà l'assicurazione. Ho sempre fatto questo lavoro da quando avevo 14 anni, e adesso che ho 60 anni mi tocca ripartire da zero. Ci si sente male, dal punto di vista morale e anche da quello economico. Adesso il mio pensiero è soprattutto quello, come faccio a riprendermi?».
Anche perché non è la prima volta che l'uomo deve affrontare quest'incubo, e le sue conseguenze.
«Già nel 2002 avevo subito un furto dalle modalità molto simili. All'epoca avevo una gioielleria sempre su questa strada, e anche allora i ladri utilizzarono lo stesso metodo per entrare dentro e rapinarci».
In automatico, il pensiero è che possa trattarsi, almeno in parte, delle stesse persone che colpirono allora. Anche se una delle protagoniste ufficiali è certamente diversa. Ci riferiamo alla donna, poco più di una ragazzina, che ha fatto da “ariete” ai banditi, e che 14 anni fa era certamente una bambina.
Un colpo pensato nei minimi dettagli: i banditi hanno preso di mira il negozio senza preoccuparsi di eventuali telecamere, come se sapessero già che lì non c'erano impianti di videoregistrazione e che pure sul resto della strada gli occhi elettronici sono abbastanza rari. La donna ha così potuto recitare la parte della cliente senza problemi, a viso scoperto come se niente fosse («una ragazzina giovane, ben vestita e molto curata»). Una parte recitata due volte. Infatti la ragazza era entrata e uscita dal negozio già una prima volta, senza che succedesse nulla: «Era già stata qui pochi istanti prima – continua il gioielliere – ma mentre era dentro è entrato anche un mio amico con la figlia a trovarmi. A quel punto la ragazza è uscita, dicendo che sarebbe tornata dopo. È stato proprio il mio amico a dirmi di aver notato fuori dal negozio una macchina sospetta, con tre persone sopra, che non gli piacevano molto». Un sospetto giustificato, con il senno di poi, perché poco dopo che l'amico è uscito la ragazza si è ripresentata, ed è successo quel che è successo.
Un colpo studiato, dicevamo, e lo dimostrano altri particolari. Uno su tutti, l'uso, descritto da molti testimoni, di un lampeggiante, del tutto identico a quello usato dalle forze dell'ordine. Un'apparecchiatura usata appena pochi giorni fa da un gruppo di banditi in occasione del furto con scasso al bar Da Alfredo, nella frazione capannorese di Toringo. Anche a Nave in tanti hanno visto allontanarsi una macchina («di colore scuro, forse blu»), utilizzando quel lampeggiante per fingere di essere un'auto civetta, ed evitare eventuali ostacoli. Inoltre i banditi non sono scappati verso Lucca, ma hanno preso la direzione Ovest della Sarazanese: una scelta logica. In quel modo non avrebbero incontrato semafori e, soprattutto, avrebbero raggiunto facilmente zone di campagna in cui far perdere le tracce. «L'auto con il lampeggiante acceso è stata vista da molti – continua il gioielliere – e una volta passato il ponte ha svoltato verso Nozzano, proseguendo sul lungo Serchio». E qui siamo già in una zona isolata, dove far perdere le tracce è un gioco.
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