Il Tirreno

Lucca

L’omicida vuole lavorare e studiare cucina e teatro

di Luca Tronchetti
L’omicida vuole lavorare e studiare cucina e teatro

Lucca, Massimo Donatini, 43 anni, caldaista che uccise con la pistola il suo capo reparto spera di essere trasferito a Volterra. La procura chiede per lui il rinvio a giudizio

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LUCCA. È in carcere da 271 giorni e vuol espiare la sua pena lavorando dietro le sbarre. Per questo motivo Massimo Donatini, 43 anni, il caldaista della Lucart arrestato dai carabinieri il 7 aprile 2015 per l’omicidio del suo capo reparto Francesco Sodini di 52 anni, attraverso i suoi legali ha chiesto di essere trasferito nel carcere di Volterra. Al penitenziario di San Giorgio in questi nove mesi ha frequentato corsi di cucina, di computer e di teatro. Lezioni durate al massimo un paio di mesi per poi ritrovarsi ad «oziare» a non poter rendersi in qualche modo «utile». In caso di accoglimento dell’istanza Donatini nella Fortezza Medicea, sede della prigione di Volterra, potrà frequentare a tempo pieno i laboratori. Dal più famoso, quello teatrale gestito da un regista come Armando Punzo che ha lanciato attori a livello nazionale come Aniello Arena, all’altrettanto noto di cucina visto che all’interno della prigione c’è un rinomato ristorante e i detenuti che affollano l’istituto di massima sicurezza lavorano come camerieri (ma ci sono anche cuochi e sommelier tra i carcerati).

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Chiesto il rinvio a giudizio. Proprio sabato 10 gennario uno dei suoi legali, avvocato Ornella Da Tofori, ha fatto visita all’omicida per informarlo che l’inchiesta ormai è conclusa e adesso toccherà al giudice dell’udienza preliminare fissare la data per discutere in abbreviato quella che sarà la sua pena detentiva. Il sostituto procuratore Antonio Mariotti - che all’inizio di dicembre aveva inviato alle parti l’avviso di conclusione delle indagini - ha chiesto il rinvio a giudizio nei confronti di Massimo Donatini. I venti giorni canonici sono passati senza che l’imputato (ma anche i legali della parte lesa) abbia presentato una nuova memoria difensiva o altro genere di documentazione. L’impressione è che il destino dell’ex dipendente Lucart si decida entro l’estate con il rito abbreviato (sconto di un terzo della pena) di fronte al gip. Ad oggi, ma probabilmente neanche in un futuro prossimo, Donatini ha chiesto un’attenuazione della misura cautelare dal carcere agli arresti domiciliari. E non ha chiesto nemmeno di poter trascorrere qualche giorno a casa per le festività natalizie. Sono stati i familiari ad andarlo a trovare al San Giorgio ed hanno passato con lui alcune ore. Lui, reo confesso da subito, la condanna la vuol scontare.

Perizie e premeditazione. Il vizio parziale di mente è l’elemento su cui ruota l’intera vicenda. Le valutazioni del perito della pubblica accusa e quelle del consulente della difesa di Donatini sono assai simili, per non dire coincidenti, su un punto. Quello legato alla capacità d’intendere e di volere dell’assassino al momento di compiere il delitto. Per entrambi l’ex caldaista Lucart sarebbe affetto da semi infermità: nel momento in cui agiva non comprendeva il significato delle proprie azioni. Vittima di una sorta di assoluto scompenso rispetto alla realtà. In quel momento per lui il capo reparto Sodini era la persona che lo avrebbe «tradito» e lo avrebbe fatto licenziare. Tutte fantasie della sua mente obnubilata perché realmente non c’era alcun provvedimento della Lucart in atto nei suoi confronti. Alla sua psiche già deviata sono bastate le battute scherzose provenienti all’interno della cartiera da parte dei colleghi e legate al furto di utensili nel reparto caldaie per provocargli un corto circuito sfociato nel terribile omicidio che ha privato una moglie e dei figli del loro punto di riferimento.

Vacanze pasquali. La premeditazione è comunque connaturata nel tipo di azione criminosa commessa. Perché la decisione di uccidere il suo capo reparto nasce e si rafforza nel periodo delle vacanze pasquali sulla base di voci dei colleghi in azienda che lui riteneva attendibili e che invece erano del tutto prive di fondamento. Nella sua mente si era formata l’idea che al suo rientro avrebbe trovato la lettera di licenziamento. E quel lavoro alla Cartiera Lucchese di Porcari, dove il padre aveva prestato per oltre trent’anni la sua opera, per Donatini era una vera e propria ragione di vita. Così quel tragico mattino dopo aver preso la pistola Glock calibro 9x21 detenuta dal padre e custodita nell’armadio blindato si è messo in tasca le munizioni e dalla sua casa di Camigliano è arrivato a piedi sino a San Filippo per sparare 13 colpi di pistola e freddare il compagno di lavoro.

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