Gioco
Il 118 riaggancia il telefono, dal 19 gennaio va in Versilia
La centrale operativa trasloca a Camaiore, sono gli ultimi giorni lucchesi- Il personale “storico” sarà impiegato in altre mansioni: ecco le loro storie
LUCCA. “Una telefonata allunga la vita”, recitava un celebre spot degli anni ’90. E per molti di quelli che hanno composto il 118 non si tratta di un semplice modo di dire. All’altro capo dell’apparecchio rispondono le voci che non dormono mai, quelle a cui tutti – prima o poi – si affidano nei momenti di panico. Mandano i soccorsi dove più ce n’è bisogno e spesso salvano delle persone, grazie a due doti non comuni: tempestività e professionalità. Mai appaiono sulle prime pagine dei giornali, mai sentirete i loro nomi. A parte oggi.
Parliamo di medici, infermieri e operatori della centrale operativa del 118 di Lucca. Nella palazzina ex Omni del Campo di Marte, dove il servizio ha messo radici nel lontano 1997, c’è aria di smobilitazione. A partire dal 19 gennaio (per i trasporti ordinari già dal 12) ogni volta che i lucchesi comporranno il 118 si sentiranno rispondere da un operatore con accento “viareggino”: la rivoluzione della sanità Toscana oltre a ridisegnare la geografia delle Asl, ha tagliato anche le centrali del servizio di emergenza, che da 12 diventano 6. La nuova base di comando – che servirà Lucca, la Versilia e Massa Carrara – avrà sede a fianco dell’ospedale di Lido di Camaiore.
Non si tratta di un semplice trasloco, ma della fine di un epoca: gran parte del “personale storico” che finora ha lavorato a Lucca, il 18 gennaio attaccherà la cornetta per l’ultima volta. Molti saranno riassegnati ad altri incarichi all’interno della nuova Asl, alcuni cambieranno mestiere, altri ancora andranno in pensione. Ad accompagnarci in questo mondo di voci senza volto è la dottoressa Maria Grazia Lencioni, responsabile del servizio. «La nostra “pattuglia” è composta da 18 infermieri e 2 operatori che si occupano del trasporto ordinario, più i medici – spiega – Qui sono tutti interscambiabili: rispondiamo alle chiamate di emergenza o andiamo sul luogo dell’incidente con l’auto medica o l’ambulanza, magari insieme alle associazioni di volontariato. È un team ormai affiatato, ma solo un’infermiera ha accettato di trasferirsi a Viareggio. Tutti gli altri resteranno a Lucca, ma l’Asl darà loro nuove mansioni».
La cosa più impegnativa è prendere le chiamate: dal 1° gennaio 2016 a ieri le telefonate in entrata erano già 2.175. E ogni volta è come nella scatola di cioccolatini di Forrest Gump: «Non sai mai quello che ti può capitare – spiega la dottoressa Lencioni – A volte ci sono persone disperate che non sanno come aiutare un parente che sta avendo un malore; altre sono automobilisti che chiamano per segnalare un brutto incidente. Altre ancora sono anziani che hanno bisogno di essere ascoltati perché si sentono soli. Con questi ultimi ormai si è creato una sorta di legame: li riconosciamo dalla voce e sappiamo come prenderli». «È un lavoro molto difficile – spiegano Rosi Asciutti e Laura Gabrielli – perché ti trovi a dover gestire un’emergenza senza avere davanti il soggetto. Le uniche informazioni che hai ti arrivano dall’altro capo del telefono, dove spesso ci sono persone in preda alla paura. Il segreto? Condurre la telefonata: devi prendere in mano la situazione, fare domande precise e cercare di avere le risposte che servono per mandare i soccorsi adeguati». Ognuno ha avuto il suo battesimo del fuoco, quella prima telefonata che non si dimentica. Non sono bei ricordi: c’è la ragazzina in scooter finita contro un muro, l’incidente mortale in autostrada, ecc. Per non parlare poi degli “tsunami emergenziali” legati a eventi di massa. Forse meno drammatici, ma non certo meno impegnativi. «I telefoni diventano bollenti – raccontano Mauro Magherini e Rossana Butori, nuovo e vecchio caposala – Ricordo l’esondazione del Serchio nel 2010, il terremoto in Garfagnana nel 2013 o le paure per le pandemie: ogni anno ce n’è una nuova». L’esperienza ha insegnato alle operatrici a valutare rapidamente un caso: bastano pochi secondi per capire se è un problema serio. Anche la provenienza delle chiamate è indicativa: «I lucchesi e quelli della Piana chiamano anche se si tagliano un dito – scherzano le operatrici – Invece, quelli della Garfagnana non amano i medici: se arrivano a telefonare significa che è grave e bisogna correre».
Un lavoro complicato che spesso non viene apprezzato a dovere da chi ne usufruisce: «Ringraziamenti? Pochi per la verità – risponde Emilia – Solo una volta molti anni fa. Una mamma che abitava in via San Paolino chiamò il 118 e risposi io. Aveva in braccio la figlia in piena crisi epilettica. Era bloccata dalla paura e non sapeva cosa fare: la piccola aveva gli occhi sbarrati e il corpo rigido. La tranquillizzai e la tenni al telefono dandole alcuni consigli finché la crisi non passò. Il giorno dopo venne a ringraziarmi: senza di lei non so cosa avrei fatto».
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