Il Tirreno

Lucca

Danno sociale dall’invasione dei cinghiali

di Luigi Spinosi
Danno sociale dall’invasione dei cinghiali

Secondo Antonio Dati di Confagricoltura serviranno anni per limitarne la presenza

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LUCCA. L’ultimo episodio è di pochi giorni fa, con il cinghiale entrato all’interno di un edicola, a Sant’Alessio. Ultimo episodio, e certo il più clamoroso, ma ormai da tempo si sprecano le segnalazioni di cinghiali, non in mezzo a un bosco, ma a due passi dalla città. I centri abitati sono l’ultima frontiera per questi animali, alla ricerca di nuovi spazi. La campagna, infatti, non basta più, e il motivo è presto detto: sono troppi, con effetti che sono evidenti. E se arrivano in città, figuriamoci quel che sta accadendo nell’habitat naturale dei cinghiali.

«I danni che stanno provocando all’agricoltura sono immensi – conferma Antonio Dati, direttore provinciale di Confagricoltura – e non bastano certo i rimborsi irrisori a sistemare le cose. Si tratta di un danno diretto al reddito e anche all’occupazione, un danno sociale insomma. Poi ci sono anche altri aspetti, come quello della sicurezza. Ormai gli incidenti stradali causati dai cinghiali sono nell’ordine delle centinaia nella nostra regione. Inoltre, a fronte di queste conseguenze immediate, ve ne sono anche altre che non dobbiamo trascurare, e che possono avere un costo notevole. Mi riferisco al danno idrogeologico provocato dal proliferare dei cinghiali. Questi animali tendono a distruggere la rete idraulica collinare, con effetti sulla normale regimentazione delle acque».

I cinghiali complici delle frane? Sì, in modo diretto come ricorda Dati, visto che questi animali scavano il terreno in modo devastante alla ricerca di cibo. Ma se vogliamo anche in modo indiretto: se non si limitano i danni all’agricoltura si rischia di assistere a un’abbandono delle campagne. E senza contadini il territorio rischia di perdere un presidio fondamentale.

E se gli effetti sono evidenti («È come mettere in poco tempo 500mila abitanti in una città di 200mila», spiega Dati) più difficile è capire le ragioni di questa invasione: «Probabilmente è una serie di concause – dice il direttore di Confagricoltura – non so per esempio se è vero, come si sente dire, che si tratta di specie non autoctone, magari con un tasso di fertilità maggiore. Fatto sta che la loro popolazione è aumentata a dismisura e che questi animali si sono avvicinati alle città o a zone dove non si erano mai visti prima. Ma adesso occorre preoccuparsi di come risolvere il problema, poi, forse, si capiranno anche le cause».

Già, come risolvere il problema? Da tempo tutti i soggetti interessati, dagli amministratori alle associazioni di categoria, passando dagli Atc, si stanno confrontando (è di pochi mesi fa un vertice in prefettura proprio su quest’argomento), ma soluzioni immediate non ve ne sono. C’è, invece, un insieme di azioni (dalle battute di caccia alle catture) che sta procedendo: «Ma nessuno ha la bacchetta magica per risolvere dall’oggi al domani questo problema. Le cose in qualche modo stanno andando avanti, ma si tratta di attività che richiederanno un arco temporale lungo prima di produrre risultati. L’importante è continuare e valutare, di volta in volta, i risultati di quel che si sta facendo, per misurarne l’efficacia. Anche l’assessore regionale all’agricoltura (il lucchese Marco Remaschi ndr) ci sta mettendo del suo per cercare di arrivare al contenimento dei cinghiali. L’obiettivo da raggiungere è quello di ridurre la presenza di questi animali nelle aree che sono vocate a ospitarli, e di farli sparire del tutto da quelle che invece non lo sono, ma non sarà facile».

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