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Lucca

Freedom e Almamou, la rinascita fra le vigne

Freedom e Almamou, la rinascita fra le vigne

I due ragazzi sono arrivati da Nigeria e Gambia attraversando il Mediterraneo Oggi lavorano nell’azienda “Colle di Bordocheo” a Segromigno in monte

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LUCCA. La definiscono il simbolo di una nuova e possibile integrazione. Il mezzo grazie al quale raggiungere il posto di lavoro, la scuola, la casa e il luogo di preghiera. È la bicicletta, lo strumento di un'indipendenza che viene ricostruita un poco alla volta, di quel ricominciare che è sentimento comune a tanti migranti richiedenti asilo. A Lunata, in via Antonio Rossi, nella casa di accoglienza gestita dalla Cooperativa Odissea e inserita nel programma Sprar, tutti ne possiedono una. Fra loro ci sono anche Freedom e Almamou, che ogni mattina percorrono svariati chilometri prima di arrivare al Colle di Bordocheo, a Segromigno in Monte, l'azienda vinicola nella quale lavorano.

Agricoltori, vignaioli, tuttofare dei campi, delle viti e degli olivi, conoscitori della terra e lavoratori affidabili. Eccoli i due ragazzi 24enni scappati dall'Africa occidentale in cerca di quella tranquillità conosciuta solo da adulti. Eccoli mentre operano nella vigna, i maglioni infilati nei pantaloni, guanti, cappuccio tirato su e calzettoni di lana usati come parastinchi, intenti a ripulire i filari e a potare le viti.

Freedom è venuto via dalla Nigeria due anni fa, stanco delle violenze e delle persecuzioni di cui era vittima, una permanenza in Libia e poi il viaggio col barcone, in mezzo al mare. «La traversata dalla Libia a Lampedusa è uno dei ricordi più brutti della mia vita – racconta –. La barca è naufragata, eravamo in 54, 33 sono morti. Abbiamo chiamato i soccorsi, ma ci hanno risposto che non potevano raggiungerci perché eravamo troppo distanti. E quando li abbiamo informati che c'erano persone che stavano morendo, ci hanno detto che se non riuscivamo a salvarli, dovevamo lasciarli andare. Ci chiedevamo se tornare indietro oppure no, ma nessuno voleva tornare in Libia. Siamo rimasti in questa situazione per dodici ore, poi ci ha salvati una nave della Marina italiana. Oggi mi sento fortunato: questo lavoro mi piace, è lo stesso che facevo da piccolo, e penso di esser bravo».

La povertà estrema, invece, è il motivo che ha spinto Almamou a lasciare il proprio paese, il Gambia. Anche lui è arrivato un paio di anni fa, accolto, come Freedom, dalla cooperativa Odissea, e oggi pronto per un percorso di vita totalmente autonomo. «Non avevamo niente, mio padre è morto, io sono il figlio più grande e dovevo provvedere a portare da mangiare a casa – si confida a mezza bocca –. In Libia sono rimasto per 8 mesi, vivevo all'aperto e di giorno mi recavo in posti di ritrovo, chiamati “luoghi speciali”, dove qualcuno arrivava e caricava sul furgone cinque, dieci, venti uomini disposti a lavorare: mi sono pagato in questo modo il viaggio per l'Italia. In Gambia facevo l'agricoltore, quando diversi mesi fa mi hanno detto che anche qua c'era l'opportunità di lavorare in campagna, quasi non ci credevo. È questo il mio lavoro, ciò che so fare meglio: ora il mio paese è l'Italia, non lo lascerei per niente al mondo».

Entrambi sono stati assunti con un contratto Giovanisì per richiedenti asilo, che garantisce all'azienda un rimborso totale da parte della Regione Toscana: ai sei mesi iniziali, la proprietà ha voluto aggiungerne altri quattro. «Nel percorso di accoglienza – spiega Daniele Stefanelli, psicologo e psicoterapeuta, operatore Sprar della Cooperativa Odissea – tendiamo a costruire progetti che siano il più possibile attinenti alle ambizioni, al bagaglio personale e alle competenze di ogni migrante. L'idea di fondo è di premiare chi se lo merita».

È soddisfazione la parola che ritorna più spesso nei racconti e nelle conversazioni con i vari protagonisti di questa storia. La stessa che trasmette Barbara Chelini, proprietaria della Fattoria Colle di Bordocheo. «Ho pensato che inserire questi ragazzi in azienda fosse un piccolo gesto da parte mia. Credo che il mezzo più immediato per compiere un passo verso l'integrazione sia il lavoro».

Nadia Davini

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