Sicurezza
«In fuga dall’Isis che rastrella i giovani»
La storia di Obaidullah, 19 anni, liceale arrivato a Lucca dall’Afghanistan per le persecuzioni
LUCCA. «Siamo un popolo in fuga. Non sono il primo, non sarò l'ultimo». Gli occhi puntati davanti a sé, la testa alta, nessuna inflessione della voce, nessun cedimento. Obaidullah trattiene tutto: paura, dolore, nostalgia, stanchezza, soddisfazione, felicità. Tutto compresso nelle sue parole, che feriscono per quello che raccontano, disorientano per la compostezza con cui sono pronunciate. Scandita in inglese perfetto, la storia di Obaidullah, studente afghano di 19 anni, l'ultimo arrivato da Oriente al campo di via delle Tagliate, è lo spaccato di una vita normale che d’improvviso si interrompe, per lasciare il posto a immagini polverose di edifici distrutti dalle bombe, urla e minacce, persecuzioni, la paura di uscire di casa e non sapere se si tornerà.
È l'Afghanistan, anno 2015. È Nangarhar, la regione da cui viene Obaidullah, attraversata dai talebani e da qualche mese anche dall'esercito di Daesh. È casa sua, con le montagne a cornice, belle quanto invalicabili, perché terra di scorribande e inviolato campo d'azione dell'esercito talebano. «I miei genitori e i miei tre fratelli più piccoli sono ancora in Afghanistan – racconta –. Io sono partito da solo e a piedi ho attraversato l'Iran, poi la Turchia, la Bulgaria, la Serbia e l'Ungheria. Siamo stati messi su un treno e portati in Austria, dopo in Germania e alla fine in Italia».
I primi obiettivi dei talebani sono gli studenti. Ecco perché sono tutti così giovani i ragazzi che arrivano da Pakistan e Afghanistan. «Ecco perché ho lasciato il mio paese – continua - In Afghanistan le cose vanno male, non c'è futuro. Studiavo al liceo, ultimo anno, una vita tranquilla. Un giorno i talebani sono entrati a scuola e hanno cominciato a portare via i ragazzi. Fermano i giovani per le strade, nei parchi, nei negozi: ti chiedono “sei uno studente?”. Se rispondi “sì” è finita. Ti ordinano di andare con loro, chi prova a ribellarsi viene ucciso, chi riesce a scappare è perseguitato. Seguivano e minacciavano anche me e la mia famiglia. Poi sono arrivati gli uomini di Daesh (Isis, ndr): sono entrati nel villaggio, sparavano, prendevano le persone e le ammazzavano. I miei genitori mi hanno pregato di mettermi in salvo fuggendo». Fuggire significa affrontare un viaggio estenuante, pagare i trafficanti per ogni confine attraversato, accettare di dormire all'aperto, mangiare poco o niente e camminare per ore. «Il mio viaggio è durato un mese – spiega il ragazzo – Camminavo tutto il giorno e quattro ore di notte, poi ne dormivo tre e all'alba mi alzavo e ripartivo. Ho incontrato tante persone: molti ragazzi in fuga dai talebani. Sulle montagne, nei boschi, soprattutto in Bulgaria, ho conosciuto famiglie che venivano da Siria e Iraq. Adulti e bambini. Piccoli, stanchi, infreddoliti, non piangevano neanche più... Noi ragazzi cercavamo di aiutare, ma camminavamo a malapena: non avevamo giacche, né lenzuola, vivevamo all'aperto, nel fango, ci nascondevamo. In Bulgaria sono rimasto 15 giorni, bloccato in un campo di identificazione. La polizia mi ha bloccato con la scossa elettrica, e mi ha trascinato in un centro profughi. In Serbia dormivamo nei parchi». Obaidullah ama l'Afghanistan. Solo pensando al futuro riesce a sorridere. Vorrebbe diventare un giornalista i Italia. «Voglio servire l'Italia. Qua mi sento felice come in Afghanistan».
Nadia Davini
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