La manifestazione
Una scuola sotto choc
Il preside Fontanelli: «Siamo scossi, per noi è come perdere dei figli»
LUCCA. Non solo tragico, a volte il destino sa essere anche cinico. È quanto accaduto con il terribile incidente della scorsa notte. Tra gli amici dei ragazzi, e tra i loro compagni di studi, la notizia di quanto accaduto è corsa veloce attraverso telefonini e social network, ma chi, ieri mattina, ancora non aveva saputo nulla lo ha scoperto arrivando a scuola e, fra l’altro, in un contesto decisamente particolare (e proprio qui sta il cinismo del destino). Ieri era ultimo giorno di scuola prima della pausa natalizia, e gli allievi del professionale Giorgi si sono ritrovati prima delle lezioni a partecipare alla messa per gli studenti. Una cerimonia che rappresenta anche una commemorazione di quegli studenti e insegnanti che non sono più tra noi, portati via troppo presto. E chi ancora non lo sapeva ha avuto la notizia del tragico schianto proprio mentre si ricordava chi non c’era più, come Michael Giannecchini, altro studente del Giorgi, vittima di un incidente stradale nel maggio del 2011 ad appena 18 anni. Sì, a volte il destino sa proprio essere crudele.
L’istituto professionale Giorgi costituisce infatti il filo comune che unisce tre dei quattro ragazzi coinvolti nell’incidente: lo stesso Giovanni Fazio che in quell’uscita di strada ha perso la vita, Samuele Barbini e Izouhar Walid, mentre il quarto giovane, Talabi Jakub, studiava a Barga.
Samuele aveva da tempo abbandonato gli studi e, da un anno, anche Giovanni si era ritirato. Aveva frequentato la sede di via dell’Orto Botanico, per poi passare all’indirizzo odontotecnico e, quindi, cambiare plesso e spostarsi a quello di via Santa Chiara. Ma, anche se era ormai un ex studente, la notizia della sua morte ha sconvolto tutti, come è inevitabile quando si parla di quello che è poco più di un ragazzino. Gli ex insegnanti lo ricordano come un ragazzo tranquillo, che non aveva mai avuto problemi disciplinari e dal buon rendimento scolastico. Così come buono è l’andamento scolastico dell’unico dei tre ragazzi del Giorgi che ancora segue gli studi, ossia Izouhar, al quarto anno sempre nella sede di via Santa Chiara. «Un ragazzo con una grande forza di volontà – racconta uno dei suoi insegnanti – nonostante, non essendo cresciuto in Italia, avesse seri problemi con la nostra lingua, ce l’ha sempre messa tutta per imparare».
E se da un lato tra insegnanti e bidelli è evidente il dolore per quanto successo a Giovanni Fazio, è anche forte la preoccupazione per gli altri ragazzi. «Come stanno?»: questa la domanda che sentiamo ripetere più spesso tra i corridoi dei due istituti. E i ragazzi? La maggior parte di loro aveva già saputo quanto era successo, e in tanti hanno rinunciato a quest’ultimo giorno di scuola per andare all’ospedale, a far visita all’amico che non c’era più e a quelli che invece stanno lottando per la vita.
«Sono cose che ci toccano molto, che non riusciamo ad accettare – è il commento del preside Massimo Fontanelli – può sembrare un’esagerazione, ma tra noi e i ragazzi si instaura un rapporto di un certo tipo, ci si sente un po’ come una specie di genitori e tragedie del genere ci scuotono, per noi è un po’ come perdere dei figli».
Per il preside del Fermi-Giorgi poi si tratta di rivivere un incubo, per l’ennesima volta. Una situazione che purtroppo non è insolita per chi quotidianamente vive a contatto con i giovani, condividendone gioie o, come in questo caso, dolori: «Purtroppo mi sono già trovato davanti a tragedie del genere. Mi è successo pochi anni fa, quando dirigevo il Giorgi, con la morte di Michael Giannecchini. Mi è successo l’anno scorso, con la morte del diciassettenne Massimo Massimi, alunno nella scuola di Pescia di cui ero preside. E poi, lo scorso ottobre, la tragedia di Montecatini, l’incidente in motorino cui hanno perso la vita due ragazzi (Maria Grazia Gloria Sarica e Luca Conte, studenti del Sismondi-Pacinotti, diretto da Fontanelli insieme al Fermi e al Giorgi ndr). Ci sentiamo toccati direttamente. No, sono proprio cose che non si riescono ad accettare».
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