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Lucca

A PROPOSITO DI LUCCA

di FLAVIA PICCINNI
A PROPOSITO DI LUCCA

di FLAVIA PICCINNI L’Ospedale San Luca è una lunga scatola a mosaico appena fuori Lucca. Ha la stessa forma dell’ospedale di Pistoia e di Prato, sorge a ridosso di strade di cemento, case di cemento...

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di FLAVIA PICCINNI

L’Ospedale San Luca è una lunga scatola a mosaico appena fuori Lucca. Ha la stessa forma dell’ospedale di Pistoia e di Prato, sorge a ridosso di strade di cemento, case di cemento e una manciata di alberi. È un business milionario per chi lo ha costruito, ne gestisce gli appalti e tutto intorno ha eretto, piccoli satelliti disposti a corollario e protezione della casa madre, le sue imprese commerciali: bar, ortopedia, fisioterapia.

Un ospedale brutto, un sarcofago moderno il cui involucro è delle gradazioni più tristi; una scala di grigi, delle sfumature di nero, un alternarsi di gialli e amaranto. A Lucca, la maggior parte delle persone parlano negativamente del San Luca: è irraggiungibile, è un labirinto, non si trova parcheggio. Effettivamente, dire male del San Luca è molto semplice.

Come è molto semplice apostrofare con i toni della farsa, e del ridicolo, i suoi “ospedali gemelli”, identiche scatole di cemento messe alle periferie di altre due città toscane, a contenere il dolore e la guarigione.

Torrenti inutili di parole, e ragionamenti, hanno inondato queste strutture. Ma le strutture non sono niente. Sono, appunto, soltanto cemento e mattoni e colori sbagliati. E sono anche posizioni spesso incomprensibili, dettate da logiche che chi ha bisogno di essere curato, che chi è anziano e non riesce a raggiungere la periferia, difficilmente riesce a comprendere perché l’essenza degli ospedali dovrebbe appunto tendere una mano ai bisognosi, a chi ha necessità di essere curato, a chi ha bisogno di sapere che cosa affigge il suo corpo o la sua anima.

Non questioni di logistica o economiche. Erich Maria Remarque scrisse “Solo un ospedale mostra che cosa è la guerra”. Potremmo dire che, adesso, solo un ospedale mostra che cosa è il nostro tempo.

A popolare i reparti della nostra società anziana e senza figli sono oggi persone che a ottanta, novant’anni lottano con ritrovata forza per riconquistare la vita che aspetta fuori (una vita fatta di nipoti, di figli e di sorelle, di pensioni, di domeniche e lunghe passeggiate sulle Mura), e poi cinquantenni e sessantenni che hanno avuto un piccolo incidente, mamme spesso oltre i trentacinque anni che attendono il primo figlio. Insomma, gli ospedali sono la fotografia di quello che siamo diventati, ma sono, soprattutto, non cemento o strade irraggiungibili, non luci al neon che rilasciano un colore pallido di morte e di speranza, ma le persone che in tutto quel cemento, nei corridoi e nelle stanze, lavorano. I medici, gli infermieri, le cuoche, gli inservienti, le signore all’ingresso che smistano i pazienti, gli autisti delle ambulanze…

Gli ospedali sono le persone. I loro sguardi, il modo di muovere le mani, di sorridere, di allungare il braccio, di dire una parola di conforto. Sono la professionalità di un intervento che viene fatto rapido per annullare il dolore. Sono la comprensione che il dolore, per quanto vada in scena ogni giorno in modo uguale, è sempre diverso: si infila come una folata di vento dentro il cappotto, va nelle ossa, nel cervello, non se ne va più. Strugge in modo diverso ognuno di noi, lasciando cicatrici che non si possono dimenticare. E qualche giorno fa proprio al San Luca, in una stanzetta verde con una finestra che s’affacciava sul nulla - se nulla sono strade di cemento, case di cemento, una manciata di alberi - se ne è andata una persona a cui volevo molto bene. Se ne è andata con un respiro più corto degli altri, gli occhi grandi e il sorriso sereno di chi ha vissuto bene, circondata dall’amore e dalla devozione che le persone buone meritano sempre. Intorno, c’erano anche medici e infermieri che con la rara capacità che hanno le persone intelligenti e competenti, hanno lasciato che il tempo, l’ultimo tempo, scorresse in modo diverso. Anche dentro una brutta scatola di cemento.

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