Il Tirreno

Lucca

Omicidio Sodini, il pm chiude l’inchiesta

di Luca Tronchetti
Omicidio Sodini, il pm chiude l’inchiesta

Per la procura c’è la premeditazione, ma anche il vizio parziale di mente. Per Donatini nessuna richiesta di domiciliari

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LUCCA. Dopo 241 giorni la procura chiude l’inchiesta sull’omicidio di Francesco Sodini, 52 anni, ex caporeparto della Lucart ammazzato a colpi di pistola davanti alla sua abitazione il 7 aprile scorso dall’operaio-caldaista Massimo Donatini, 43 anni, convinto nella sua mente obnubilata che quella mattina avrebbe ricevuto la lettera di licenziamento. Il sostituto procuratore Antonio Mariotti nel voluminoso fascicolo processuale ha allegato le perizie medico-legali, quelle balistiche, i riscontri diagnostici, quelli eseguiti dai Ris, le testimonianze e tutti gli elementi necessari per chiedere il rinvio a giudizio nei confronti del reo confesso imputato di omicidio volontario e porto abusivo di pistola. Entro 20 giorni i legali di Donatini, avvocati Fabrizio Ungaretti e Ornella Da Tofori, potranno se lo riterranno opportuno presentare nuove memorie. Ma l’impressione è che, almeno la difesa, attenda la richiesta di rinvio a giudizio per poi, nel caso, presentare istanze. Ad oggi infatti Donatini è detenuto nel carcere di San Giorgio da quella tragica mattina del 7 aprile e nessuna richiesta di attenuazione della misura cautelare è stata presentata.

D’altronde l’imputato ha già riferito più volte sia al magistrato che ai suoi legali il desiderio di espiare la sua pena in carcere senza chiedere sconti, riduzioni o misure alternative. L’unica sua richiesta è quella di poter lavorare, di rendersi, in qualche modo, utile evitando di oziare in cella. Non è però da escludere che, ad esempio, nel periodo natalizio i legali dell’imputato presentino un’istanza che consenta all’ormai ex caldaista di passare qualche giorno in compagnia dei suoi familiari.

Perizie e premeditazione. Le valutazioni del perito della pubblica accusa e del consulente della difesa di Donatini sono assai simili, per non dire coincidenti, su un punto. Quello legato alla capacità d’intendere dell’assassino al momento di compiere il delitto. Per il criminologo fiorentino Massimo Marchi che assiste la difesa e lo psichiatra Mauro Marchi nominato dal sostituto procuratore Antonio Mariotti l’ex caldaista sarebbe affetto da un vizio parziale di mente. Da una semi infermità: nel momento in cui agiva non comprendeva il significato delle proprie azioni. Era vittima di una sorta di delirio, di un fenomeno di assoluto scompenso rispetto alla realtà. Solo lui vedeva in Sodini, il suo caporeparto, la persona che lo avrebbe «tradito» e lo avrebbe fatto licenziare (tutte fantasie della sua mente perché realmente non c’era alcun provvedimento in atto nei suoi confronti) sulla base di voci scherzose provenienti all’interno della cartiera. Ogni battuta dei colleghi legata al furto di utensili nel reparto caldaie provocava in lui una sorta di corto circuito poi sfociato nell’omicidio del capo reparto.

Malapasqua. Certo, la premeditazione è connaturata al modo di compiere l’azione criminosa. Perché nelle vacanze pasquali dopo aver partorito - sulla basi di voci dei colleghi in azienda che lui riteneva attendibili e che invece erano assolutamente prive di fondamento - l’idea che sarebbe stato licenziato al rientro in cartiera, martedì 7 aprile ha preso la pistola Glock calibro 9x21 detenuta dal padre e custodita nell’armadio blindato, si è messo in tasca le munizioni e dalla sua casa di Camigliano è arrivato a piedi a San Filippo per sparare 13 colpi e freddare un compagno di lavoro.

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