Il Tirreno

Lucca

L’Aids fa ancora paura: nuovi casi

di Paola Taddeucci
L’Aids fa ancora paura: nuovi casi

Quindici infezioni da Hiv, cinque di malattia conclamata, un paziente morto: sono i dati 2015 dell’Asl

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LUCCA. Sono quindici i nuovi casi da infezione di Hiv, di cui cinque di Aids, tra i quali si è verificato un decesso. Non sono dati rassicuranti quelli registrati nel 2015 nella struttura di malattie infettive dell'ospedale di Lucca. Se infatti da una parte i nuovi casi sono diminuiti del 30% rispetto al 2014, dall'altra si è assistito a un incremento del 40% delle forme più gravi della malattia. Ciò significa che chi ha contratto l'infezione è arrivato in ritardo alla diagnosi e in condizioni cliniche estremamente precarie, con un rischio evidente per la sopravvivenza, viste le ridotte possibilità di cura come nel caso del decesso.

«I cinque casi di Aids – osserva il dottor Michele De Gennaro, dirigente di malattie infettive – rappresentano un passo indietro di cinque-sei anni».

Lo specialista fa notare che la piccola diminuzione registrata nel 2015 in realtà significa stabilità, a fronte dell'incremento costante nelle infezioni che si è riscontrato negli ultimi anni, anche nel 2014: basti pensare che la struttura dell'ospedale di Lucca segue circa cinquecento pazienti, in gran parte provenienti da altre città, e trenta dei quali a domicilio. «Non si riesce a incidere – dice il medico – nella prevenzione. Rimane scarsa la percezione del rischio con la tendenza a non effettuare i test, se non in presenza di sintomi sospetti di malattia. I soggetti che non percepiscono tale rischio con diagnosi ritardata rappresentano inconsapevolmente il vero serbatoio della malattia, per cui è necessario migliorare ulteriormente le informazioni relative alla modalità di trasmissione, all'utilizzo costante di mezzi di barriera come il preservativo e soprattutto all'accesso al test nel caso di comportamenti a rischio».

Ma i dati sull'Aids dell'azienda Usl 2 rivelano ancora altro. Tutti i nuovi casi registrati nel 2015 – l'80% si tratta di maschi sui 40 anni - hanno avuto origine da rapporti sessuali promiscui e in particolare nel 60% per contatti omosessuali. C'è quindi anche la paura della discriminazione e dell'emarginazione alla base dell'accesso tardivo al test. «Non solo prevenzione, dunque – puntualizza De Gennaro -: è necessario lottare contro l'emarginazione e la discriminazione». Territori nei quali incappano addirittura figure, come i medici, dai quali ci si aspetterebbero tutt'altro che chiusura mentale o rigidità.

A raccontare uno spiacevole episodio è Chiara Bertolozzi, della Casa famiglia Monsignor Agresti gestita dal Ce.I.S-gruppo giovani e dall'Usl 2 e che accoglie dodici pazienti (uomini, donne e transgender). «Abbiamo portato un ospite da uno specialista per un problema osseo – dice – e al termine della visita il medico non ha stretto la mano che il nostro paziente gli aveva teso per salutarlo. C'è davvero tanta discriminazione. Ed è un problema anche per il reinserimento sociale, tanto che sono difficili nuovi ingressi alla casa famiglia perché chi c'è non riesce a trovare collocazioni altrove: non vengono accettati nemmeno nelle residenze sanitarie assistite». La struttura – unica in Toscana di questo tipo – permette all'azienda sanitaria di ridurre i ricoveri in ospedale, i cui costi, specialmente per le terapie, si aggirano su diverse migliaia di euro per ogni singolo paziente.

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