Il Tirreno

Lucca

Home restaurant nel mirino: nel 2016 scattano i controlli

di Nadia Davini
Un home restaurant
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Un home restaurant

L’annuncio dell’Asl al convegno organizzato da Confesercenti Lucca. L’esperto: «L’attività in casa segue le regole di un locale»

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LUCCA. Home restaurant, dal 2016 partiranno i primi controlli. Parola del dottor Ambrogio Pagani, del dipartimento Sanità animale e igiene alimentare dell'Asl 2 di Lucca, intervenuto ieri al seminario “Home restaurant & social eating, moda o minaccia?” organizzato da Conferescenti Lucca nella Cappella Guinigi del complesso conventuale di San Francesco e moderato dal caposervizio dell'edizione lucchese de “Il Tirreno” Luca Cinotti.

Controlli a campione nelle abitazioni di tutti coloro che decidono, in modo sistematico o saltuariamente, di aprire le porte di casa per ospitare a cena perfetti sconosciuti, in cambio, quasi sempre, di un contributo economico. Un fenomeno che Confesercenti vuole indagare e analizzare nel dettaglio, anche per capire come arginare la concorrenza sleale che, a suo avviso, questa prassi può generare, soprattutto in materia fiscale e igienico-sanitaria.

Il contatto, per mangiare a casa d'altri, si stabilisce sul web: è sufficiente selezionare e iscriversi all'evento su una delle tante piattaforme di social eating presenti anche in Italia, prenotare e pagare. Oppure spesso è possibile riservare un posto direttamente sul profilo Facebook, dove vengono pubblicati anche i menu del giorno o della settimana e il prezzo della cena, che di media oscilla tra i 20 e i 50 euro.

Ma gli home restaurant sono considerati dei ristoranti veri e propri dalla normativa? E per aprirne uno basta caricare informazioni, foto e menu sulle piattaforme dedicate oppure sono richieste autorizzazioni di comuni e Asl? A queste domande ha risposto il dottor Pagani, dimostrando come sulla materia ci sia una scarsissima, e a volte dannosa, informazione.

Partiamo dall'inizio: cercando su internet, alla voce home restaurant compaiono una costellazione di siti, articoli (anche di giornali autorevoli), forum e blog dove il messaggio che passa è lo stesso: «per aprire un ristorante casalingo – si legge da più parti - non servono autorizzazioni, perché chi ha un home restaurant non svolge una vera e propria attività di ristorazione, basta non superare i 5mila euro annui di guadagno, il tetto massimo stabilito per un'attività lavorativa occasionale». Niente di più falso. «Su questo argomento viene fatta una pessima informazione – spiega Pagani – La normativa che disciplina anche gli home restaurant esiste ed è il regolamento 852 del 2004 del Parlamento europeo e del Consiglio dell'Ue. Qua c'è scritto cosa è un'impresa alimentare e quali requisiti deve possedere per essere in regola, anche nei casi di somministrazione gratuita o di civica abitazione. Non c'entra nulla il reddito e il ricavo: se io cucino in casa mia o invito i miei amici a cena per un compleanno non devo rispettare alcuna normativa e questo lo dice chiaramente il regolamento. Ma se, anche fosse una volta al mese, anche fosse gratuitamente, mi iscrivo a una piattaforma di social eating, pubblico annunci rispetto a una cena che voglio organizzare, pubblicizzo menu, indirizzo di casa e modalità di iscrizione e di accesso, devo avere i requisiti previsti, perché sto immettendo nella filiera alimentare una serie di prodotti che cucino io. Se al controllo il proprietario dell'home restaurant non ha la registrazione necessaria riceve una sanzione di 3mila euro. Altri 2000 per il piano di autocontrollo e, in presenza di alimenti in cattivo stato di conservazione, potrebbe incorrere anche in problemi di natura penale. La regolamentazione non passa attraverso un atteggiamento repressivo, ma dalla divulgazione sul corretto funzionamento. I controlli serviranno a questo scopo».

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