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Veneta, i re del gelato alla 4ª generazione
Arnoldo sarà premiato da 50&Più con l’aquila di diamante
LUCCA. C'è anche lui tra le Aquile, la schiera dei 43 imprenditori con venticinque, quaranta e cinquant'anni di attività che Confcommercio premia domenica 22 novembre a Palazzo Ducale: Dino Arnoldo, cioè la gelateria Veneta. Vale a dire il gelato di Lucca, il più buono, quello che c'è sempre stato e via con altri elogi, secondo l'opinione di gran parte della città.
Arnoldo riceverà l'”Aquila di diamante” insieme ad altri sedici commercianti della provincia attivi da almeno mezzo secolo. E lui – 75 anni - lo è, rappresentante di una famiglia, originaria della provincia di Belluno, che ha cominciato a fare il gelato ai primi del 1900 a Vienna, dov'era emigrato il nonno Vittorio.
Una storia avvincente quella della gelateria Veneta, che prima di Lucca tocca diverse città e ci riporta ai duri anni dell'emigrazione a cavallo tra Otto e Novecento, cui proprio il Veneto fu la regione italiana a dare il maggiore contributo.
Ma per rivivere questa storia ripartiamo da Dino. Da quando, fresco di diploma di ragioniere intorno ai 20 anni, non volle più sentir parlare di studi, come avrebbe voluto suo padre Guerrino, e invece di iscriversi all'università si mise a lavorare con lui in gelateria. Che Guerrino aveva aperto nel 1927 dove è ancora oggi, in via Vittorio Veneto.
«Allora era un piccolo fondo di 40 metri quadri – racconta Dino pescando nei ricordi del padre, morto nel 1978 - e ci veniva fatto tutto: dalla lavorazione alla vendita. Il ghiaccio arrivava da piazza della Misericordia e veniva scaricato sulla porta tutte le mattine alle quattro nei classici filoni lunghi circa un metro».
Niente in confronto a quello che la Veneta è diventata in seguito, prima con lo stesso Guerrino, poi con Dino e la moglie Maria Camilla.
Il piccolo fondo si è ingrandito e oggi vi hanno sede il laboratorio e il punto vendita, poi ci sono altri tre negozi: in via Beccheria, aperto nel 1995, in piazzale Ricasoli, attivo dal 2000, e in via Fillungo, inaugurato tre anni fa dopo la chiusura della Venetina di Chiasso Barletti.
Chissà se nonno Vittorio, classe 1890, s'immaginava tutto questo. Era partito dalla Val di Zoldo verso l'Austria, come molti compaesani, per trovare lavoro «dove – racconta il nipote – c'erano soldi». A Vienna si mise a fare il gelato ed ebbe una discreta fortuna. Dopo la prima guerra mondiale decise di trasferirsi a Trieste, dove continuò come gelataio. In tutti questi spostamenti portava con sé solo i figli maschi più grandi, tra cui Guerrino, mentre la moglie rimaneva nella valle, per accudire i più piccoli, la casa e i campi.
«Era una prassi – spiega Dino – che le donne non seguissero i mariti. E poi mio nonno, come tutti i gelatai emigrati, d'inverno tornava e si metteva a fare il contadino». Dopo Trieste, nuovo trasferimento e la destinazione fu Firenze, dove Vittorio aprì una gelateria in viale dei Mille. «In quel momento non so cosa successe, forse un litigio – racconta Dino -, ma mio padre, che allora aveva 26 anni e non mi ha mai voluto spiegare le ragioni, lasciò il nonno a Firenze e venne a Lucca, deciso a intraprendere l'attività per conto suo. Trovò il fondo in via Veneto e aprì. Scelse il nome Veneta perché era molto comune a quel tempo, non tanto come omaggio alle nostre origini».
Che pure sono lì, onnipresenti. Per gli strani casi del destino, infatti, Guerrino non sposò una lucchese, ma Annetta, originaria della sua stessa valle bellunese ed emigrata a Viareggio, dove la conobbe. E Dino è nato lassù, non per scelta dei genitori ma, ancora, per puro caso. Anche lui si è innamorato di una “montanara” - come dice scherzosamente – e nel 1965 si è sposato con Camilla nella Val di Zoldo. Un legame mai spezzato con questi luoghi, nonostante Arnoldo si senta completamente lucchese. Dino e Camilla sono ancora molto attivi. «Mia moglie – dice lui - è una supercolonna della gelateria». Poi ci sono i figli Mara e Pierpaolo, che hanno seguito le loro orme, e sedici dipendenti. Il segreto della longevità e del successo? «Il prodotto genuino – risponde -. Non conosco nemmeno i nomi degli additivi, perché noi facciamo il gelato come lo faceva mio padre. Certo, i macchinari non sono più quelli di un tempo, ma la lavorazione è la stessa. E poi non seguiamo le mode, siamo classici, non sperimentiamo gusti nuovi: una scelta apprezzata dai clienti». Da “anziano” del commercio lucchese, Arnoldo guarda con tristezza alla chiusura di molti negozi storici o al loro passaggio ad altre proprietà, spesso coincidente con un totale stravolgimento. «Lucca era un fiore all'occhiello – conclude – e non lo è più. Sotto questo aspetto il declino è evidente».
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